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Il Titanic e il colpo di stato

Il no agli Eurobonds e il possibile referendum sul Fiscal Pact

E’ notizia di ieri l’indiscrezione secondo la quale la cancelliera Angele Merkel avrebbe, nel corso di una riunione a porte chiuse con i parlamentari del partito liberale, svelato le carte in tavola affermando una volta per tutte il suo “Nein” alla creazione degli Eurobonds. Ho avuto già modo di parlare dell’argomento nel post del 22 Maggio scorso, a cui rimando sia per quanto riguarda le motivazioni di questo rifiuto sia per la mia personale opinione a proposito.

La novità rispetto alla situazione precedente è che ora, almeno a livello nazionale, la Merkel ha reso noto con fermezza ciò che gli innumerevoli distinguo ed indecisioni della Germania rispetto a questo tema avevano già fatto immaginare. Finché l’attuale governo sarà in carica, gli Eurobonds non si faranno. Ma per quanto riguarda la posizione tedesca rispetto al diffondersi della crisi, occorre segnalare un dibattito importante che da qualche giorno sta occupando i principali quotidiani nazionali. Si tratta di un’intervista concessa dal ministro delle finanze Schäuble al settimanale “Der Spiegel”, nella quale il politico traccia un’analisi dettagliata della situazione attuale.

La sua tesi è che si sia ormai arrivati al limite ultimo delle possibilità di sopravvivenza dell’Europa così come la conosciamo, e sia dunque necessario assumersi la responsabilità di decisioni storiche. Nello specifico, si tratterebbe di indire un referendum per chiedere ai cittadini tedeschi se ed in che misura si possa cedere una parte della sovranità nazionale a Bruxelles, implicando una modifica di alcuni principi sanciti dalla costituzione tedesca. Questa è una risposta alle dichiarazioni rilasciate qualche giorno prima da Sarah Wagenknecht, parlamentare di spicco della Linke, secondo la quale il Fiscal Pact sarebbe un “colpo di Stato freddo”, ovvero una strumentalizzazione della crisi volta ad introdurre norme le quali andrebbero ad intaccare i diritti dei cittadini tedeschi sanciti dalla costituzione. Da qui la necessità di un referendum.

La cosa stupefacente è che Schäuble, invece di gettare acqua sul fuoco, ha colto la palla al balzo e si è detto favorevole ad una votazione popolare che abbia come oggetto la modifica della costituzione esistente. Secondo quanto dichiarato allo Spiegel, la situazione è così grave da comportare una forte presa di coscienza dei cittadini, che capendo la portata storica della decisione dovrebbero sottoscrivere la rinuncia a certi diritti. La stampa conservatrice si è scagliata contro questa possibilità, e l’importante quotidiano “Die Welt” ha parlato apertamente della situazione politica tedesca come “divisa tra paura e ricatto”.

Partendo dalla constatazione del fallimento delle politiche di salvataggio messe in campo finora dai vari governi dell’Unione Europea, l’articolo denuncia il ricatto di Schäuble, che imporrebbe misure la cui efficacia non è provata sotto la minaccia di una possibile catastrofe futura. Sebbene le ragioni siano in parte condivisibili, non si può fare a meno di notare come il discorso parta da un presupposto a mio parere totalmente errato, ovvero che la salute dell’economia tedesca non sarebbe direttamente dipendente dal destino politico dell’Unione. Ancora una volta, la stampa conservatrice tedesca si lancia in considerazioni inquietanti rispetto al destino dell’Unione: non vengono proposte soluzioni alla crisi, e ci si limita a criticare quelle già adottate ricordando al tempo stesso come la salute dell’economia tedesca. Contando che l’articolo paragona l’Europa al Titanic, avviato verso una fatale collisione, sembra quasi che si voglia invitare la politica ad abbandonare la barca che affonda, piuttosto che incitarla a sforzarsi per trovare soluzioni che siano veramente efficaci.

Ma una simile prospettiva evoca fantasmi che sembravano parte di un tempo ormai lontano.

Riccardo Motti

In alto a destra: Angela Merkel, copyright rp-online.de; al centro a destra: Wolfgang Schäuble, copyright gaia.sunn.de, in basso a destra: illustrazione dell’affondamento del Titanic, copyright akg-images 

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La Germania contro gli Eurobonds

Alla vigilia del vertice di Bruxelles le posizioni restano inconciliabili

Nei giorni scorsi il governo Merkel ha nuovamente ribadito ciò che già si sapeva da tempo: la Germania non permetterà la creazione degli Eurobonds. Di cosa si tratta? Essi sono uno strumento finanziario, la cui natura è pressocè identica ai titoli di Stato emessi dal Ministero delle Finanze degli Stati memebri dell’Unione, dei quali ho già avuto modo di parlare in questo post.

La differenza sta nel fatto che gli Eurobonds sarebbero emessi direttamente dalla Banca Centrale Europea, e presupporrebbero un profondo cambiamento nell’economia politica dell’Europa. Se finora, infatti, i titoli di Stato sono visti come una sorta di “termometro” della fiducia che gli investitori ripongono nella possibilità di una nazione di essere in grado di ripagare i propri debiti, un’eventuale introduzione degli Eurobonds allargherebbe questa dinamica a tutti i paesi dell’Unione, senza distinzione. Per certi analisti, questa potrebbe essere la soluzione della crisi attuale, intesa principalmente come crisi della moneta unica. Eliminando la differenza tra paesi virtuosi e non, si aumenterebbe la fiducia degli investitori, che acquistando questi strumenti finanaziari assicurerebbero una maggiore stabilità economica e politica all’Europa.

Alla Germania questo discorso non piace per niente. La coalizione di governo formata da CDU e FDP (liberali), infatti, non hai mai fatto segreto di vedere questa eventuale soluzione come una sorta di obbligo di aiuto nei confronti degli altri paesi. Ritenendosi fondamentalmente al di sopra, dal punto di vista economico, di tutti gli altri, il governo Merkel non vuole dividere equamente le responsabilità. L’ostilità è così elevata che si è addirittura arrivati a proporre, per voce di Michael Meister (CDU), che i paesi interessati agli Eurobonds li organizzino tra di loro, lascindo fuori la Germania: una possibilità assolutamente non attuabile, tenendo conto dell’idea di condivisione del rischio che questo strumento sottointende. Il fatto che l’opinione pubblica tedesca non sia del tutto favorevole a questa forte presa di posizione (e lo ha dimostrato nella tornata elettorale del 13 Maggio scorso) sembra non aver influito sulla posizione della Merkel. Con queste premesse, è altamente impobabile che nel vertice in programma domani a Bruxelles si possa trovare una soluzione condivisa su questo punto, così come auspicato da Monti e da Hollande. Tuttavia, la domanda che mi pongo a questo punto è: siamo sicuri che questo strumento sia effettivamente utile?

Se è vero che l’introduzione degli Eurobond sarebbe un gesto simbolico importante per quanto riguiarda l’unità dell’Europa nell’affrontare la crisi, a mio parere sarebbe più utile spiegare agli investitori come non ci sia una differenza così profonda tra i vari titoli di Stato emessi dai paesi dell’Unione. L’economia Europea presuppone già una forte interdipendenza tra i vari paesi, che si necessitano reciprocamente. L’economia della stessa Germania non è assolutamente autarchica, ma si fonda sull’esportazione: nessuno resiste da solo. Tuttavia, a livello politico, al governo Merkel fa molto comodo essere individuato come una sorta di faro nella burrasca che sta investendo l’Europa, perchè lo dota di un peso politico che, dall’89, la Germania è andata rivendicando con forza nel panorama europeo. Da qui il rifiuto di una condivisione ufficiale del rischio.

Infine, mi sembra che nella lettura della crisi tipica degli ultras degli Eurobonds ci sia un problema di fondo. Come detto, essi ritengono che il problema sia la debolezza della moneta unica europea. Questo è un sintomo che è sicuramente presente, ma non dimentichiamo che è il sistema stesso secondo il quale l’economia funziona ad essere in crisi. Non stiamo parlando di un problema finanziario che contriddistingue la valuta europea, ma di uno tsunami che ha investito l’economia reale di tutti i paesi del Primo e Secondo mondo, che sta affossando la finanza. Non si produce più, gli operai sono in cassa integrazione, i piccoli imprenditori sono costretti a chiudere: se le condizioni volte a permettere la creazione di posti di lavoro non vengono favorite, è difficile pensare che un’alba possa seguire questa lunga nottata. Un tentativo di risoluzione della crisi che sia socialmente orientato significa soprattutto pensare meno alle banche è più alle persone: in questo senso, il discorso sugli Eurobonds somiglia ad uno specchio per le allodole.

Riccardo Motti

In alto a sinistra: vignetta, copyright http://twistedeconotwist.wordpress.com; In basso a sinistra Mario Monti, copyright ilgiornale.it

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