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L’opinione pubblica tedesca

Dal voto di ieri alle pericolose convinzioni che alimentano il malcontento

Ora è ufficiale: come vi avevo anticipato nella giornata di ieri (19 Luglio), il Bundestag ha approvato l’erogazione di un prestito pari a 100 miliardi di Euro alle banche spagnole. La maggioranza parlamentale che ha dato via libera al decreto ha rispettato quelle che erano le attese della vigilia, con una votazione favorevole che ha coinvolto trasversalmente sia i partiti al governo, CDU ed FDP (liberali), sia alcune forze dell’opposizione come SPD e Grüne (Verdi).

E’ notizia di oggi che anche il parlamento finlandese ha votato a favore (109 si, 73 no) degli aiuti alle banche spagnole, a patto che la Spagna si impegni a garantire almeno la restituzione del 40% degli 1,9 miliardi di Euro che il paese scandinavo ha prestato. Come avvenuto in Germania dunque, anche in Finlandia è stata riposta una fiducia condizionata nel sistema bancario iberico, che prevede la richiesta di garanzie al governo di Madrid. Ora tocca all’Eurogruppo ratificare gli aiuti, nell’ambito di una situazione che si fa sempre più difficile col passare delle ore: poco fa lo spread tra titoli di Stato spagnoli e tedeschi ha infatti raggiunto il massimo storico di 593 punti, con un rendimento annuale pari al 7,09% che rende il default della Spagna un rischio concreto.

Nel frattempo è uscito un sondaggio molto interessante riguardo all’opinione dei tedeschi rispetto alla votazione di ieri, dal quale si evince che il 52% della popolazione intervistata è convinta che l’erogazione degli aiuti alle banche spagnole sia ingiusto mentre il 38% è dell’opinione opposta. Non è riuscita quindi a fare breccia nella coscienza comune quella vulgata che diversi esponenti del governo e dell’opposizione avevano ripetuto più volte nel corso della giornata di ieri, la quale affermava come questi aiuti non fossero volti esclusivamente ad aiutare il sistema bancario iberico, ma avessero come fine ultimo quello di evitare un default della Spagna, il quale potrebbe avere conseguenze imprevedibili sul piano internazionale. Permangono dunque nella popolazione tedesca due convinzioni che sono presenti fin dall’origine stessa della crisi, e che in definitiva hanno contribuito ad aumentare vertiginosamente la gravità della situazione. La prima è l’erronea convinzione che la Germania, paese virtuoso e rigoroso nei conti, stia pagando di tasca propria il salvataggio delle Nazioni che si trovano a rischio default a causa del mancato rispetto delle regole, e che quindi si sia caricata sulle spalle la maggior parte dei sacrifici che la salvezza dell’Europa impone. Questa teoria è stata messa nero su bianco da Frank Schäffler, parlamentare dell’FDP, nel suo libro “Non con i nostri soldi!”. La seconda è da tempo diffusa sia da una certa parte dei liberali, sia dalla destra nazionalista, ed afferma che l’economia tedesca possa tranquillamente sopravvivere anche in caso di crollo dell’Unione Europea e di ritorno alle valute nazionali.

Quest’ultima è una constatazione che risulta in fin dei conti molto pericolosa, perché è volta a convincere la popolazione di una supposta posizione di superiorità che la Germania avrebbe nei confronti delle altre Nazioni europee, che dunque dovrebbero applicare le misure suggerite dal governo tedesco senza fare troppi complimenti. Oltre al suo contenuto marcatamente anti-europeista e nazionalista, spaventa il fatto che questa convinzione sia totalmente falsa, come ho già avuto modo di spiegare. Un’ ulteriore conferma viene dalle interessanti dichiarazioni rilasciate da Peter Bofinger, esperto di economia e consulente del governo: in primo luogo, egli afferma che la crisi investirà pesantemente anche l’economia tedesca, che fino a questo momento è stata risparmiata dai suoi effetti più deleteri. In secondo luogo,fa notare che che le nazioni in difficoltà non dovrebbero intraprendere riforme di austerità durante la recessione delle proprie economie, ma dovrebbero attendere un segno + del proprio PIL come via libera alle riforme.

Un punto di vista condivisibile, peccato che finora il governo Merkel non abbia mai fatto propria questa idea, imponendo al contrario le misure di austerity come conditio sine qua non per l’erogazione degli aiuti necessari. Forse se Bofinger avesse parlato prima si sarebbero potute evitare le scene viste in Grecia ed in Spagna, dove la popolazione è scesa in piazza e si è resa protagonista di duri scontri con le forze dell’ordine, esasperata dall’introduzione di riforme durissime proprio nel momento in cui la recessione dell’economia delle loro nazioni si era fatta più grave. Forse si è agito con troppa isteria, e l’accavallarsi di crisi e depressione causata dalle misure adottate si sta rivelando un cocktail letale.

Riccardo Motti

In alto a sinistra: Angela Merkel; al centro il libro di Frank Schäffler “Non con i nostri soldi!”; in basso a sinistra, un manifestante spagnolo, copyright LaPresse

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Il Titanic e il colpo di stato

Il no agli Eurobonds e il possibile referendum sul Fiscal Pact

E’ notizia di ieri l’indiscrezione secondo la quale la cancelliera Angele Merkel avrebbe, nel corso di una riunione a porte chiuse con i parlamentari del partito liberale, svelato le carte in tavola affermando una volta per tutte il suo “Nein” alla creazione degli Eurobonds. Ho avuto già modo di parlare dell’argomento nel post del 22 Maggio scorso, a cui rimando sia per quanto riguarda le motivazioni di questo rifiuto sia per la mia personale opinione a proposito.

La novità rispetto alla situazione precedente è che ora, almeno a livello nazionale, la Merkel ha reso noto con fermezza ciò che gli innumerevoli distinguo ed indecisioni della Germania rispetto a questo tema avevano già fatto immaginare. Finché l’attuale governo sarà in carica, gli Eurobonds non si faranno. Ma per quanto riguarda la posizione tedesca rispetto al diffondersi della crisi, occorre segnalare un dibattito importante che da qualche giorno sta occupando i principali quotidiani nazionali. Si tratta di un’intervista concessa dal ministro delle finanze Schäuble al settimanale “Der Spiegel”, nella quale il politico traccia un’analisi dettagliata della situazione attuale.

La sua tesi è che si sia ormai arrivati al limite ultimo delle possibilità di sopravvivenza dell’Europa così come la conosciamo, e sia dunque necessario assumersi la responsabilità di decisioni storiche. Nello specifico, si tratterebbe di indire un referendum per chiedere ai cittadini tedeschi se ed in che misura si possa cedere una parte della sovranità nazionale a Bruxelles, implicando una modifica di alcuni principi sanciti dalla costituzione tedesca. Questa è una risposta alle dichiarazioni rilasciate qualche giorno prima da Sarah Wagenknecht, parlamentare di spicco della Linke, secondo la quale il Fiscal Pact sarebbe un “colpo di Stato freddo”, ovvero una strumentalizzazione della crisi volta ad introdurre norme le quali andrebbero ad intaccare i diritti dei cittadini tedeschi sanciti dalla costituzione. Da qui la necessità di un referendum.

La cosa stupefacente è che Schäuble, invece di gettare acqua sul fuoco, ha colto la palla al balzo e si è detto favorevole ad una votazione popolare che abbia come oggetto la modifica della costituzione esistente. Secondo quanto dichiarato allo Spiegel, la situazione è così grave da comportare una forte presa di coscienza dei cittadini, che capendo la portata storica della decisione dovrebbero sottoscrivere la rinuncia a certi diritti. La stampa conservatrice si è scagliata contro questa possibilità, e l’importante quotidiano “Die Welt” ha parlato apertamente della situazione politica tedesca come “divisa tra paura e ricatto”.

Partendo dalla constatazione del fallimento delle politiche di salvataggio messe in campo finora dai vari governi dell’Unione Europea, l’articolo denuncia il ricatto di Schäuble, che imporrebbe misure la cui efficacia non è provata sotto la minaccia di una possibile catastrofe futura. Sebbene le ragioni siano in parte condivisibili, non si può fare a meno di notare come il discorso parta da un presupposto a mio parere totalmente errato, ovvero che la salute dell’economia tedesca non sarebbe direttamente dipendente dal destino politico dell’Unione. Ancora una volta, la stampa conservatrice tedesca si lancia in considerazioni inquietanti rispetto al destino dell’Unione: non vengono proposte soluzioni alla crisi, e ci si limita a criticare quelle già adottate ricordando al tempo stesso come la salute dell’economia tedesca. Contando che l’articolo paragona l’Europa al Titanic, avviato verso una fatale collisione, sembra quasi che si voglia invitare la politica ad abbandonare la barca che affonda, piuttosto che incitarla a sforzarsi per trovare soluzioni che siano veramente efficaci.

Ma una simile prospettiva evoca fantasmi che sembravano parte di un tempo ormai lontano.

Riccardo Motti

In alto a destra: Angela Merkel, copyright rp-online.de; al centro a destra: Wolfgang Schäuble, copyright gaia.sunn.de, in basso a destra: illustrazione dell’affondamento del Titanic, copyright akg-images 

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Bund, BTP e Spread

Ormai da molti mesi, sentiamo parlare ogni giorno della crescita o diminuzone dello spread, il cui punteggio ormai affianca i dati inerenti ai mercati azionari. Tuttavia, parlando con parenti e conoscenti sia qui che in Italia, mi sono reso conto che in non c’è una conoscenza diffusa di cosa, in effetti, si naconda sotto questa mole di dati, numeri e grafici. Proviamo a fare un pò di chiarezza.

I Bund e i BTP sono titoli di Stato, emessi dal Ministero dell’Economia, i quali consentono al cittadino di fare un investimento che, di norma, è ritenuto più sicuro di un qualsiasi investimento standard compiuto nel mercato azionario. La prima cosa da notare è che questi strumenti finanziari hanno una durata variabile. I BTP (Buoni del Tesoro Poliennali) possono avere una durata di 3,5,10,15 e 30 anni, mentre i Bund (Bundesanleihen) valgono 10 o 30 anni. Al momento dell’acquisto si accetta un rendimento annuale, che rimane fisso fino alla scadenza. La remunerazione avviene tramite una cedola semestrale e, al momento della scadenza, con lo scarto di emissione. Cosa significa? Semplificando: se ho acquistato una certa quantità di BTP vengo remunerato ogni 6 mesi, in base al tasso di interesse stabilito al momento dell’acquisto. Poi, al momento della scadenza o della vendita, si calcola la differenza tra il valore che il titolo ha in quel momento rispetto a quello che aveva al momento dell’acquisto. Il motivo per il quale essi siano considerati sicuri è abbastanza intuitivo: la probabilità che uno Stato paghi il dovuto è più alta rispetto alla possibilità che qualsiasi azienda privata faccia lo stesso.

Qui arriviamo al punto. Ci sentiamo ripetere ogni giorno che lo spread è termometro della fiducia degli azionisti, i quali speculano sulla possibilità o meno che questo o quello Stato dell’Unione Europea riesca a pagare i propri investitori. Se la differenza in punti tra il redimento di un BTP 10 anni e quello di un Bund della stessa durata è troppo alto, si dice che gli investitori “non hanno fiducia nell’Italia”. Ma questo è vero fino ad un certo punto, perchè una differenza è il risultato di una operazione che prevede almeno due fattori. Nello specifico, lo spread può essere elevato non solo perchè i BTP emessi dall’Italia rendono molto, ma anche perchè (notizia di ieri) i Bund tedeschi non hanno mai reso così poco. Più che una sfiducia immotivata degli azionisti nei confronti dell’Italia, io vedo piuttosto una fiducia spropositata degli stessi nei confronti della solidità dell’economia tedesca. E’ vero che essa ha resistito meglio delle altre alla crisi che ha investito il mercato finanaziario, ma non dimentichiamo che essa è fondamentalmente basata sull’esportazione. Una contrazione del mercato globale, una diminuzione della ricchezza ed un blocco del consumo non potranno che causare, a medio termine, l’estendersi della crisi alla finanza tedesca. Non lo dico per fare del facile disfattismo, ma per mettere in chiaro come la soluzione non possa prescindere da una comunione di intenti che attraversi trasversalmente tutta l’Unione Europea. Il discorso sullo spread non mi piace perchè è funzionale alla creazione dell’idea che ci sia un’Europa “a due velocità”, paesi buoni e paesi cattivi.

Questa è una favola che in fin dei conti non fa dormire sonni tranquilli, perchè alimenta idee neo-nazionalistiche e anti-europeiste, delle quali Marie Le Pen è emblema. E’ vero che le regole devono essere rispettate ugualmente da tutti i paesi membri, e che ci sono nazioni con economie intrinsecamente più deboli, ma l’Europa ha come compito la composizione di questa frattura, non la sua esasperazione. Se si insiste sulla differenza tra i paesi, se si usa lo spread per costringere governi deboli ad imporre misure inique e draconiane, si ottiene un effetto deleterio e pericoloso per il futuro dell’Unione. Dovremmo incominciare a far capire ai cittadini che se l’economia europea crolla, anche quella tedesca sarà travolta. Se si naufraga, si affonda tutti assieme: sarebbe ora di smettere di far credere alla gente che esistano appigli sicuri, e cominciare a parlare di una soluzione che preveda un cambiamento profondo dell’economia mondiale, la quale sta dimostrando di non poter essere in alcun modo salvata mediante privatizzazioni indiscrimante, contratti precari e tagli alle pensioni.

Riccardo Motti

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