Tag Archives: Francia

A volte ritornano

La surreale conferenza stampa di Berlusconi

Nel pieno della crisi che ancora attanagalia l’economia mondiale, mentre in Europa si cercano piani di salvataggio, in Italia si è assistito stamane ad una sorta di seduta spiritica della politica italiana. Il redivivo Berlusconi, scomparso a tutti gli effetti dalla vita politica negli ultimi mesi, ha fatto la sua apparizione davanti alla crema della stampa italiana, schierata al gran completo. A dargli manforte c’era Alfano, ultimo regnante di una dinastia ormai in rovina. L’uomo che per quasi vent’anni ha avuto in mano le sorti del Paese, costretto a dimettersi quando gli effetti della crisi, da lui negata fino allo stremo, rischiavano di precipitare l’Italia in un baratro tanto profondo quanto inatteso, non voleva tuttavia comunicare il suo punto di vista sulla situazione internazionale. Nessun discorso su quale delle soluzioni proposte fosse a suo parere la migliore, nessuna preferenza accordata al “metodo Merkel” o al “metodo Hollande”.

Berlusconi ha invece cercato di convincere la platea dell’urgente necessità di introdurre un modello “alla francese” nella politica italiana, dando vita ad una cosiddetta “terza repubblica”. Il Presidente della Repubblica diverrebbe dunque anche capo del governo, dotandosi del potere esecutivo. Il Primo Ministro sarebbe dunque nominato dal capo della Stato, ma necessiterebbe della fiducia pralamentare: così avviene in Francia, dove vige un sistema misto chiamato semi-presidenzialismo. Ma di questo non si è parlato. La conferenza stampa infatti non è stata pensata per presentare i pro e contro di un simile modello, nell’ambito di una seria proposta di cambiamento del sistema politico nazionale, ma esclusivamente per presentare Berlusconi come possibile “uomo forte” che, dotato dei poteri adeguati, potrebbe risollevare le sorti del paese. Subito dopo l’annuncio del tentativo di porre questa riforma come punto fondamentale di questa legislatura, infatti, l’ex-premier si è affrettato a dare la sua disponibilità nei confronti di un ritorno sulla scena politica. In questa sede non voglio discutere dell’effettiva fattibilità di un simile progetto, che ovviamente non sussite: tuttavia, un simile discorso presenta degli spunti molto interessanti.

A mio parere è evidente come, con questo atto pubblico che qualcuno ha già definito un’altra scesa in campo, l’ex presidente del Consiglio abbia inteso mandare almeno due messaggi all’establishment italiano. In primo luogo, egli ha indirettamente messo in risalto la costante perdita di consenso del governo Monti, verso il quale parecchi cittadini hanno già avuto modo di mostrare una forte disaffezione. Con la proposta forzata di mettere una questione così importante sul tavolo del governo, infatti, egli rivendica la paternità originale di questa legislatura, che funge in fin dei conti come un depotenziamento operato nei confronti di chi ha avuto l’ardire di sedersi al suo posto. In secondo luogo, il suo fiuto politico gli ha permesso di fare un’osservazione tutto sommato corretta rispetto all’attuale situazione politica: dal basso, sta arrivando la richiesta di un uomo forte. Nella sua megalomania, è arrivato a proporre di sovvertire l’ordinamento politico pur di presentarsi come possibile candidato: propsettiva più che fantasiosa. Tuttavia, è vero che la disaffezione ai partiti sta spostando una larga parte dell’elettorato verso formazioni, come il Movimento a 5 Stelle, che hanno la presunzione di introdurre un nuovo modo di fare politica, senza peraltro specificare quale sia il programma attraverso il quale questo cambiamento dovrebbe funzionare. Queste asserzioni, che vengono spesso accompagnate con affermazioni ed intenti populistici, assomigliano sinistramente a quelle di chi, nel secolo scorso, ha voluto spazzare via il vecchio mondo politico con un atto di forza, dando vita al totalitarismo. La storia procede sempre in un senso, quindi fare parallelismi in questo senso sarebbe fuorviante e inefficace.

Tuttavia, permane il timore che questa disaffezione nei confronti del vecchio modo di fare politica, criticabile quanto si vuole ma in fin dei conti democratico, si possa trasformare in una violenta richiesta di cambiamento dello scenario politico e sociale. Occorre sempre fare attenzione quando si grida “Tutti a casa!”, perchè bisogna dimostrare di essere meglio di chi se ne va.

Riccardo Motti

In alto a destra: Berlusconi, copyright panorama.it. In basso a sinistra: prima pagina del Fatto Quotidiano di Martedì 8 maggio 2012

Advertisements
Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

La Germania contro gli Eurobonds

Alla vigilia del vertice di Bruxelles le posizioni restano inconciliabili

Nei giorni scorsi il governo Merkel ha nuovamente ribadito ciò che già si sapeva da tempo: la Germania non permetterà la creazione degli Eurobonds. Di cosa si tratta? Essi sono uno strumento finanziario, la cui natura è pressocè identica ai titoli di Stato emessi dal Ministero delle Finanze degli Stati memebri dell’Unione, dei quali ho già avuto modo di parlare in questo post.

La differenza sta nel fatto che gli Eurobonds sarebbero emessi direttamente dalla Banca Centrale Europea, e presupporrebbero un profondo cambiamento nell’economia politica dell’Europa. Se finora, infatti, i titoli di Stato sono visti come una sorta di “termometro” della fiducia che gli investitori ripongono nella possibilità di una nazione di essere in grado di ripagare i propri debiti, un’eventuale introduzione degli Eurobonds allargherebbe questa dinamica a tutti i paesi dell’Unione, senza distinzione. Per certi analisti, questa potrebbe essere la soluzione della crisi attuale, intesa principalmente come crisi della moneta unica. Eliminando la differenza tra paesi virtuosi e non, si aumenterebbe la fiducia degli investitori, che acquistando questi strumenti finanaziari assicurerebbero una maggiore stabilità economica e politica all’Europa.

Alla Germania questo discorso non piace per niente. La coalizione di governo formata da CDU e FDP (liberali), infatti, non hai mai fatto segreto di vedere questa eventuale soluzione come una sorta di obbligo di aiuto nei confronti degli altri paesi. Ritenendosi fondamentalmente al di sopra, dal punto di vista economico, di tutti gli altri, il governo Merkel non vuole dividere equamente le responsabilità. L’ostilità è così elevata che si è addirittura arrivati a proporre, per voce di Michael Meister (CDU), che i paesi interessati agli Eurobonds li organizzino tra di loro, lascindo fuori la Germania: una possibilità assolutamente non attuabile, tenendo conto dell’idea di condivisione del rischio che questo strumento sottointende. Il fatto che l’opinione pubblica tedesca non sia del tutto favorevole a questa forte presa di posizione (e lo ha dimostrato nella tornata elettorale del 13 Maggio scorso) sembra non aver influito sulla posizione della Merkel. Con queste premesse, è altamente impobabile che nel vertice in programma domani a Bruxelles si possa trovare una soluzione condivisa su questo punto, così come auspicato da Monti e da Hollande. Tuttavia, la domanda che mi pongo a questo punto è: siamo sicuri che questo strumento sia effettivamente utile?

Se è vero che l’introduzione degli Eurobond sarebbe un gesto simbolico importante per quanto riguiarda l’unità dell’Europa nell’affrontare la crisi, a mio parere sarebbe più utile spiegare agli investitori come non ci sia una differenza così profonda tra i vari titoli di Stato emessi dai paesi dell’Unione. L’economia Europea presuppone già una forte interdipendenza tra i vari paesi, che si necessitano reciprocamente. L’economia della stessa Germania non è assolutamente autarchica, ma si fonda sull’esportazione: nessuno resiste da solo. Tuttavia, a livello politico, al governo Merkel fa molto comodo essere individuato come una sorta di faro nella burrasca che sta investendo l’Europa, perchè lo dota di un peso politico che, dall’89, la Germania è andata rivendicando con forza nel panorama europeo. Da qui il rifiuto di una condivisione ufficiale del rischio.

Infine, mi sembra che nella lettura della crisi tipica degli ultras degli Eurobonds ci sia un problema di fondo. Come detto, essi ritengono che il problema sia la debolezza della moneta unica europea. Questo è un sintomo che è sicuramente presente, ma non dimentichiamo che è il sistema stesso secondo il quale l’economia funziona ad essere in crisi. Non stiamo parlando di un problema finanziario che contriddistingue la valuta europea, ma di uno tsunami che ha investito l’economia reale di tutti i paesi del Primo e Secondo mondo, che sta affossando la finanza. Non si produce più, gli operai sono in cassa integrazione, i piccoli imprenditori sono costretti a chiudere: se le condizioni volte a permettere la creazione di posti di lavoro non vengono favorite, è difficile pensare che un’alba possa seguire questa lunga nottata. Un tentativo di risoluzione della crisi che sia socialmente orientato significa soprattutto pensare meno alle banche è più alle persone: in questo senso, il discorso sugli Eurobonds somiglia ad uno specchio per le allodole.

Riccardo Motti

In alto a sinistra: vignetta, copyright http://twistedeconotwist.wordpress.com; In basso a sinistra Mario Monti, copyright ilgiornale.it

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Il ritorno della paura

Corsa agli sportelli in Grecia e Spagna

Ci risiamo. Nella giornata di oggi, dopo alcuni mesi nel quali la situazione del mercato finanaziario internazionale sembrava essersi leggerrmente stabilizzata, si è rivisto il panico che ha caratterizzato le fasi più acute della crisi economica. Niente di nuovo, dunque: listini in forte perdita, banche colpite da vendite a raffica e sfiducia nella capacità del mercato di riprendersi, anche a lungo termine. Ma c’è di più. Per la prima volta, infatti, si osservano reazioni simili a quella che caraterrizarono il crack del ’29: se un paragone diretto tra le due situazioni sarebbe tanto artificioso quanto fuorviante, fa sinceramente impressione sapere che, nella giornata di ieri, sia in Spagna che in Grecia si è osservato un massiccio prelievo di contante dalle banche, per paura di una possibilie insolvenza da parte di quest’ultime.

Nel paese ellenico il panico è scoppiato dopo la notizia, resa nota dallo Spiegel, che la BCE avrebe sospeso i crediti a “numerose banche”, ritenute sprovviste delle garanzie necessarie all’erogazione di fondi di emergenza. Sembra che tra lunedì e martedì i correntisti greci abbiano ritirato oltre 700 milioni di euro in contanti, e a questo punto la possibilità di una soluzione sostenibile sembra farsi sempre più difficile. La Grecia si trova inoltre in un momento di grande incertezza politica, coi sondaggi che vedono la coalizione di sinistra Syriza in vantaggio alle elezioni del prossimo 17 Giugno, ma che al tempo stesso non credono che possa disporre di un numero di deputati sufficiente per governare: si dovrebbe dunque cercare una difficile mediazione con Sinistra Democratica e i comunisti del KKE, entrambi contrari al piano voluto dall’Unione Europea, oppure con il Pasok, che tuttavia punta ad una grossa coalizione pro-UE con Nea Dimokratia, il partito di centro destra.

In Spagna invece è avvenuto un vero e proprio assalto, da parte dei correntisti, agli sportelli di Bankia, istituto in grandissima difficoltà che, dopo aver perso il 60% del suo valore in meno di 10 mesi, è stato nazionalizzato dal governo la settimana scorsa. Negli ultimi giorni, secondo quanto scrive il quotidiano El Mundo, è stato prelevato oltre un miliardo di euro dalle sue casse, per paura di insolvenza. Se questa situazione si dovesse protratte per altri giorni, il rischio del fallimento dell’istituto sarebbe inevitabile.

Questi casi eclatanti, insieme alla notizia che la richiesta di sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti non è calata contrariamente alle attese,  hanno contribuito ad aumentare il nervosismo sui mercati finanziari, che hanno registrato forti perdite. Inoltre, è notizia di oggi che lo spread tra Bund e titoli di Stato italiani e spagnoli sia in forte aumento. Tuttavia, come ho spegato in un post precedente, questo dato va accolto con grande cautela. Trattandosi di una differenza composta da due fattori, è necessario notare come ad un lieve aumento di un tasso di interesse per i titoli di di Italia e Spagna sia corrisposto un forte ribasso di quelli tedeschi, ai minimi storici. Questo dato, più che indicare un indebolimento dell’economia di questi due paesi, conferma la fiducia, a mio parere ingiustificata, che gli investitori ripongono nella tenuta del sistema economico tedesco.

In ogni caso, il messaggio è chiaro: non solo la crisi non è assolutamente finita, ma il rigore invocato ed imposto finora dalla troika non ha portato i benefici che si auspicavano, confermando come la sopravvivenza del sistema sia connesso indissolubilmente alla crescita costante dell’economia reale. Le prossime settimane, con l’elezione in Grecia e il chiarimento dei nuovi rapporti Germania-Francia, ci forniranno elementi preziosi per capire i futuri scenari che si presenteranno in Europa: l’importante è osservare questo sviluppo cercando di non lasciare che il panico si diffonda. Si tratta infatti del vero nemico mortale del sistema capitalistico contemporaneo, che da sempre si è basato sulla convinzione, forse azzardata, di essere l’unica forma di sviluppo possibile.

Riccardo Motti

In basso a destra: vignetta, copyright resistenzanazionale.com

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

La fine del rigore?

Dopo Sarkozy, anche la Merkel incassa una pesante sconfitta elettorale

E’ un tracollo senza precedenti, per di più inatteso. Le elezioni che si sono svolte ieri nel Nord Reno Westfalia, il Land più popoloso della Germania e cuore del sistema di produzione industriale tedesco, hanno emesso due verdetti molto importanti per quella che sarà la vita politica futura della Germania e dell’Europa.

Il primo verdetto è che la CDU, partito della cancelliera Angela Merkel, ha raccolto il peggior risultato elettorale dal 1947 (29%), segno di una forte disaffezione dell’elettorato nei suoi confronti. Il secondo è che la Linke (2,5%), rimasta fuori dal parlamento regionale, continua a rimanere un partito poco amato nelle regioni della Germania occidentale, incapace di intercettare il malcontento dei cittadini a scapito del Piraten Partei (7,5%), che conquista l’ingresso nel quarto parlamento regionale e si conferma una realtà politica sempre più affermata nello scenario politico tedesco. Ovviamente il vero vincitore di questa importante tornata elettorale è la SPD, che con un clamoroso 39% si conferma il partito più in forma, capace di presentare un candidato forte alle prossime elezioni nazionali.

In ogni caso, il messaggio che gli elettori hanno dato al governo è chiarissimo: la politica di rigore voluta fortemente dalla Merkel non piace più nemmeno ai suoi cittadini, che sembrano aver capito come la crescita sia decisiva per poter costruire un futuro sostenibile per l’Unione Europea e la Germania. D’altronde stiamo parlando di un paese che basa la sua forte economia sull’esportazione, dunque è interesse dell’industria tedesca che i consumi non continuino ad avere quella pesante flessione che si è osservata nei mesi scorsi, causato anche dal pacchetto di politiche di rigore imposto dal duo Sarkozy-Merkel: il primo ha già pagato il prezzo politico di questa decisione, la seconda rischia di seguirlo. Sembra che in Europa abbia cominciato a soffiare un vento che gonfia le vele dei partiti socialisti e di protesta, che hanno criticato le scelte di estremo rigore volute dalle destre e hanno saputo cavalcare il risentimento che ha attraversato la società in seguito all’impoverimento generale che la crisi ha causato. In questo senso, è possibile che alle prossime elezioni qui in Germania (Settembre 2013) si osservi una vittoria dell’SPD, che possa riavvicinare Francia e Germania nell’ambito di una politica europea volta a favorire la crescita dei consumi e dell’economia reale in generale.

Come ho già avuto modo di affermare, ritengo che il destino di questo nuovo modo di affrontare la crisi sia decisivo per il futuro politico dell’Europa. Se le misure di crescita dovessero infatti fallire, potrebbero ritornare in auge quei partiti di estrema destra il cui peso elettorale sta crescendo, assieme alla rabbia dei cittadini per l’incapacità, da parte della politica tradizionale, di venire incontro alle proprie richieste. La situazione è molto delicata, la violenza politicamente orientata è in aumento in Italia, in Germania ed in Grecia: nei prossimi mesi sapremo se le democrazie europee sapranno dare una risposta credibile, diversa dall’austerity, a chi soffia sul fuoco sperando in un ulteriore espandersi della rabbia strisciante tra tutti gli strati della società, soprattutto tra quelli che sono stati colpiti più duramente dalla crisi prima, e dalla sua “soluzione” poi. I cittadini hanno dato il loro chiaro messaggio al potere, vedremo se quest’ultimo farà orecchie da mercante o saprà intercettare positivamente le loro richieste.

Riccardo Motti

In alto a sinistra: risultati elettoriali, copyright piratenpartei.de; Al centro Angela Merkel, copyright ilgiorno.it; In basso a sinistra scontri di piazza in Grecia

Questo articolo è stato pubblicato in prima pagina da http://www.paperblog.it in data 15 maggio 2012 nella sezione Politica internazionale

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
Advertisements