Category Archives: Economia

Germany and a new Europe

The political significance of Moody’s downgrade

The last week could have been lethal for Europe’s future. The collapse of the Italian and Spanish stock exchange, toghether with the downgrade (from “stable” to “negative”) of Germany’s outlook decided by the American rating agency Moody’s are a powerful warning to the European Union and Germany.

In future German Bundesanleihen (government bonds) could not be considered as secure as they were during the last turbulents months, in which they have been seen by the investors as a safe shore inside the economic storm that hit the European nations. This is the silent message that Moody’s decision sent to the German establishment. On the other hand Wolfgang Schäuble too, the Minister of finance in Merkel’s government, has made clear in differents occasions that an eventual collapse of Euro and a deepen of the government debt’s crisis will mightly afflict Germany’s economy.

Compared to the scenario that we’ve seen during the last months, the most recent one is different in a sense at least: the sellings are now hitting not only the markets of specific nations (even though they were focused especially on Italy and Spain), but also the Eurozone in general. The cause of this phenomenon has to be investigated beyond the financial speculation, which however plays a part in the game. The main reason that’s crushing Europe’s financial system is the loss of confidence among the international investors, who are now scared to put their money in any European government bonds. Everybody saw Greek and Spanish citizens running to the banks, withdrawing as much cash as possible: easy to imagine that a private investor in Japan or an American pension fund will choose other countries to put his own money in.

This is the reason why Moody’s downgrade is very interesting from a political perspective too. One point that European politicians should keep in their minds is the extreme carefulness they ought to use when issuing statements about Europe’s future. Finding a shared point of view is something Europe can avoid no more. A couple of hours before last week’s stock exchange crack Phillip Rösler, German Deputy Federal Chancellor, stated that Greece will not be able to fulfil his duties, and will consequently be forced to leave the Eurozone. This sounded as a clear denial of what Mario Draghi, ECB’s Governor, had made clear the day before: “Euro cannot be renounced. There is no possible comeback to national values”. It is evident that such a chaos is precisely what European politicians must avoid, in order to restore confidence among international investors. This lack of trust between European nations risk to neutralize the positive effects of the sweeping reforms that has been adopted by the western governments, often causing a strong discontent in the pubblic opinion.

Europe is now at a crossroads: either the national leaders collaborate, embracing a common point of view, and work together for the financial union to become a polical one (which means that the debt of the nations who are in trouble must be shared by every Eurozone’s country), or they should declare the failure of Europe-project. In the first case, the taking on of such a responsibility would probably encorage the investors to recover the lost confidence in the European market: the rise of Eurozone’s markets that we have seen since last Friday (27th July) is in this sense a direct consequence of the new statement issued by Mario Draghi and Angela Merkel, who made known a strong and shared will to save Euro and not lo leave any Eurozone’s country alone. If Europe is unite, even the usual speculation can not be too harmful.

In the second case, the widespread discontent among the citizens and the increasing poverty will probably bring Europe into a political scenario affected by a dangerous instability, in which the populist propaganda could easily find many ears eager to hear their slogans. If we want to avoid such situation, is time for Germany too to declare an undisputed will to save Europe, a project that many Merkel’s predecessors have contributed to build.

Riccardo Motti

Top left: Eurozone countries’ rating, copyright Die Welt; centre: Phillip Rösler, copyright talk.onevietnam.org; bottom left: Draghi and Merkel, copyright linkiesta.it

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Il giudizio di Moody’s e una nuova Europa

Un commento politico all’outlook negativo della Germania

E’ notizia di poche ore fa: l’agenzia americana di rating Moody’s ha cambiato l’outlook della Germania da “stabile” a “negativo”. Questo non significa la perdita della tripla A, giudizio di massima affidabilità sul mercato, ma vale in ogni caso come un forte avvertimento all’establishment tedesco. Dal punto di vista economico, questo significa che in futuro i Bund emessi dalla Germania potrebbero non essere più considerati un rifugio inattaccabile, posizione che hanno finora assunto sul piano finanziario internazionale. Come abbiamo già ripetuto più volte, e come ha ribadito il ministro delle finanze Schäuble nei giorni scorsi, un eventuale crollo dell’Euro o, più in generale, l’aggravarsi della crisi del debito sovrano, metterebbero anche l’economia di Berlino in seria difficoltà.

Il fatto è che ormai le vendite in borsa stanno colpendo l’Europa in quanto tale. Se è vero che si riferiscono a nazioni ben precise, negli ultimi giorni Italia e Spagna, è altrettanto vero che tutta l’Eurozona è vittima di una sfiducia generalizzata, che non può essere spiegata solamente nei termini di un “attacco speculativo”. Sarebbe assurdo negare che una simile dinamica esista, ma è evidente come la situazione dell’Europa in generale stia scoraggiando anche gli investitori “normali” a comprare titoli di Stato delle Nazioni in difficoltà. D’altronde, come si può sperare in una crescita della fiducia internazionale se gli stessi cittadini di Grecia e Spagna corrono alle banche per ritirare i loro depositi, come avvenuto nei mesi scorsi?

Più che sul piano strettamente economico, è sul piano politico che il giudizio di Moody’s è interessante. Esso è un’ulteriore conferma di come non sia più possibile quel confuso alzarsi di voci a proposito degli scenari futuri che l’Europa si troverà ad affrontare: non è pensabile che Draghi (presidente della BCE) dichiari che l’Euro è irreversibile e che non si ritornerà alle valute nazionali ed il giorno dopo Rösler (vice Cancelliere) affermi che la Grecia non riuscirà a tenere fede ai suoi impegni e sarà costretta ad uscire dalla zona Euro, senza peraltro causare grandi danni. In una prospettiva di politica interna si tratta di un’ulteriore conferma della completa inadeguatezza dell’FDP (partito liberale), di cui Rösler è presidente, a gestire la delicata situazione internazionale, oltre alla constatazione di come le posizioni che esprime siano spesso in contraddizione con ciò che la Cancelliera Angela Merkel afferma. In una prospettiva di politica estera, questo clima di totale incertezza si ripercuote negativamente sulla fiducia degli investitoti, rischiando di rendere poco efficaci (almeno nel breve termine) quelle misure di austerità che sono imposte ai governi, le quali hanno un tragico tornaconto a livello sociale.

I casi sono due: o si lavora affinché l’unione monetaria non diventi anche politica, il che significa in primo luogo che il debito sovrano delle nazioni più colpite deve essere condiviso da tutti i Paesi dell’Eurozona, o si dichiara il fallimento del progetto Europa e si torna alle valute nazionali. Nel primo caso, una simile presa di coscienza politica da parte dell’Europa porterebbe quasi sicuramente ad una enorme crescita della fiducia del mercati nei confronti della moneta unica, che sarebbe salvata dalla speculazione e dalla sfiducia di cui è ora vittima . Nel secondo caso, si aprirebbero le porte ad un futuro di instabilità mai visto prima, in cui il malcontento e la povertà che si diffonderebbero tra la popolazione potrebbero causare scenari imprevedibili. Forse è giunto il momento in cui, anche da parte tedesca, ci sia una chiara ed unitaria volontà di salvare l’Europa in quanto tale, nel nome degli illustri predecessori di Angela Merkel che hanno attivamente contribuito a crearla.

Riccardo Motti

In alto a sinistra: il rating dei paesi dell’Eurozona, copyright Die Welt, al centro Phillip Rösler, copyright talk.onevietnam.org; in basso a sinistra: porta di Brandeburgo, copyright Linkiesta.it

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L’opinione pubblica tedesca

Dal voto di ieri alle pericolose convinzioni che alimentano il malcontento

Ora è ufficiale: come vi avevo anticipato nella giornata di ieri (19 Luglio), il Bundestag ha approvato l’erogazione di un prestito pari a 100 miliardi di Euro alle banche spagnole. La maggioranza parlamentale che ha dato via libera al decreto ha rispettato quelle che erano le attese della vigilia, con una votazione favorevole che ha coinvolto trasversalmente sia i partiti al governo, CDU ed FDP (liberali), sia alcune forze dell’opposizione come SPD e Grüne (Verdi).

E’ notizia di oggi che anche il parlamento finlandese ha votato a favore (109 si, 73 no) degli aiuti alle banche spagnole, a patto che la Spagna si impegni a garantire almeno la restituzione del 40% degli 1,9 miliardi di Euro che il paese scandinavo ha prestato. Come avvenuto in Germania dunque, anche in Finlandia è stata riposta una fiducia condizionata nel sistema bancario iberico, che prevede la richiesta di garanzie al governo di Madrid. Ora tocca all’Eurogruppo ratificare gli aiuti, nell’ambito di una situazione che si fa sempre più difficile col passare delle ore: poco fa lo spread tra titoli di Stato spagnoli e tedeschi ha infatti raggiunto il massimo storico di 593 punti, con un rendimento annuale pari al 7,09% che rende il default della Spagna un rischio concreto.

Nel frattempo è uscito un sondaggio molto interessante riguardo all’opinione dei tedeschi rispetto alla votazione di ieri, dal quale si evince che il 52% della popolazione intervistata è convinta che l’erogazione degli aiuti alle banche spagnole sia ingiusto mentre il 38% è dell’opinione opposta. Non è riuscita quindi a fare breccia nella coscienza comune quella vulgata che diversi esponenti del governo e dell’opposizione avevano ripetuto più volte nel corso della giornata di ieri, la quale affermava come questi aiuti non fossero volti esclusivamente ad aiutare il sistema bancario iberico, ma avessero come fine ultimo quello di evitare un default della Spagna, il quale potrebbe avere conseguenze imprevedibili sul piano internazionale. Permangono dunque nella popolazione tedesca due convinzioni che sono presenti fin dall’origine stessa della crisi, e che in definitiva hanno contribuito ad aumentare vertiginosamente la gravità della situazione. La prima è l’erronea convinzione che la Germania, paese virtuoso e rigoroso nei conti, stia pagando di tasca propria il salvataggio delle Nazioni che si trovano a rischio default a causa del mancato rispetto delle regole, e che quindi si sia caricata sulle spalle la maggior parte dei sacrifici che la salvezza dell’Europa impone. Questa teoria è stata messa nero su bianco da Frank Schäffler, parlamentare dell’FDP, nel suo libro “Non con i nostri soldi!”. La seconda è da tempo diffusa sia da una certa parte dei liberali, sia dalla destra nazionalista, ed afferma che l’economia tedesca possa tranquillamente sopravvivere anche in caso di crollo dell’Unione Europea e di ritorno alle valute nazionali.

Quest’ultima è una constatazione che risulta in fin dei conti molto pericolosa, perché è volta a convincere la popolazione di una supposta posizione di superiorità che la Germania avrebbe nei confronti delle altre Nazioni europee, che dunque dovrebbero applicare le misure suggerite dal governo tedesco senza fare troppi complimenti. Oltre al suo contenuto marcatamente anti-europeista e nazionalista, spaventa il fatto che questa convinzione sia totalmente falsa, come ho già avuto modo di spiegare. Un’ ulteriore conferma viene dalle interessanti dichiarazioni rilasciate da Peter Bofinger, esperto di economia e consulente del governo: in primo luogo, egli afferma che la crisi investirà pesantemente anche l’economia tedesca, che fino a questo momento è stata risparmiata dai suoi effetti più deleteri. In secondo luogo,fa notare che che le nazioni in difficoltà non dovrebbero intraprendere riforme di austerità durante la recessione delle proprie economie, ma dovrebbero attendere un segno + del proprio PIL come via libera alle riforme.

Un punto di vista condivisibile, peccato che finora il governo Merkel non abbia mai fatto propria questa idea, imponendo al contrario le misure di austerity come conditio sine qua non per l’erogazione degli aiuti necessari. Forse se Bofinger avesse parlato prima si sarebbero potute evitare le scene viste in Grecia ed in Spagna, dove la popolazione è scesa in piazza e si è resa protagonista di duri scontri con le forze dell’ordine, esasperata dall’introduzione di riforme durissime proprio nel momento in cui la recessione dell’economia delle loro nazioni si era fatta più grave. Forse si è agito con troppa isteria, e l’accavallarsi di crisi e depressione causata dalle misure adottate si sta rivelando un cocktail letale.

Riccardo Motti

In alto a sinistra: Angela Merkel; al centro il libro di Frank Schäffler “Non con i nostri soldi!”; in basso a sinistra, un manifestante spagnolo, copyright LaPresse

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Il voto tedesco e l’incubo spagnolo

Tra pochi minuti il parlamento tedesco voterà l’erogazione di un prestito alle banche spagnole pari a 100 miliardi di Euro

In questo momento (19 Luglio, 13:50) il parlamento tedesco è riunito in una seduta straordinaria molto importante per il futuro economico e politico dell’Europa. Sul tavolo si trova infatti il piano di salvataggio per le banche spagnole, che alle ore 14 sarà oggetto di voto da parte dei deputati. Il problema è di stretta attualità perché la situazione della Spagna si fa sempre più drammatica col passare delle ore, se è vero che l’asta dei titoli di Stato non è andata come previsto ed il ministro del bilancio ha dichiarato testualmente: “La Spagna non ha un soldo in cassa per pagare i servizi pubblici e se la Bce non avesse comprato i titoli di Stato, il Paese sarebbe fallito”. (Fonte: La Stampa).

Inutile notare come un default delle casse spagnole rischierebbe di innescare una reazione a catena che non risparmierebbe l’Italia, considerata la prossima vittima sacrificale dagli speculatori, i quali ormai sembrano possedere un controllo pressoché totale sull’andamento del mercato azionario internazionale. Si tratta del rischio che ha portato l’agenzia di rating americana Moody’s a declassare i titoli di Stato italiani da A3 A Baa2 alla vigilia di un’importante asta, che fortunatamente non è stata influenzata negativamente da questo intervento tanto intempestivo quanto sospetto. Sorge infatti spontaneo chiedersi se l’agenzia abbia semplicemente preso atto dell’impossibilità da parte dell’Italia di liberarsi dallo stormo di avvoltoi che da tempo volteggiano sulla sua testa, oppure se essa faccia effettivamente parte di quelle realtà finanziare che hanno un interesse nel destabilizzare la situazione, già precaria, dell’economia europea.

Considerando la gravità di questo scenario, è evidente come il voto di oggi sia di fondamentale importanza. Va detto che, a meno di clamorosi colpi di scena a cui la politica tedesca non è peraltro abituata, non ci dovrebbero essere particolari problemi ad approvare la concessione di un credito pari a 100 miliardi di Euro alle banche spagnole. Esso dovrebbe essere erogato dal Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF), noto anche come fondo salva-Stati, immediatamente attivato dopo la richiesta di aiuto proveniente dalla penisola iberica. Secondo le dichiarazioni rilasciate in mattinata, si ipotizza una maggioranza trasversale tra le forze di governo ed opposizione, che dovrebbe garantire un esito positivo della votazione nonostante le perplessità di alcuni deputati appartenenti alla maggioranza politica del governo Merkel. In questo senso, a rasserenare gli animi ci ha pensato Oppermann, capogruppo alla camera dell’SPD, che in mattinata ha annunciato che il suo partito troverà una linea comune volta a favorire il salvataggio della Spagna tramite gli aiuti alle sue banche. Questa è in effetti la spiegazione del voto che è stata resa nota all’opinione pubblica: si prestano soldi alle banche spagnole, ma il garante e beneficiario è lo Stato stesso. In questo modo, si cerca di disinnescare il malcontento che serpeggia tra la popolazione, che non vede di buon occhio un’ulteriore ed ingente aiuto concesso ad un paese considerato “non virtuoso”. Non a caso la cancelliera si è affrettata a specificare che la Spagna deve ridurre il suo deficit ed intraprendere nuove riforme che comprendano una ristrutturazione del settore bancario, assieme a misure che funzionino da incentivo per la crescita e l’occupazione.

Facile a dirsi, soprattutto in un paese attraversato da profonde tensioni sociali che nei giorni scorsi hanno dato vita a scontri e manifestazioni di protesta in tutto il Paese. In ogni caso, sta di fatto che questo prestito è l’ultimo strumento finanziario volto ad evitare il default spagnolo. Dovesse fallire anche questo, sarebbe difficile non dare ragione a chi afferma da mesi che l’approccio deciso dalle potenze europee per porre fine alla crisi si sono rivelate una medicina letale per il paziente.

Riccardo Motti

Aggiornamento (h 20): il parlamento tedesco ha approvato il salvataggio delle banche spagnole con un’ampia maggioranza

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