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Facebook per stanare i truffatori dell’Harz IV

Un commento alla proposta di Buschkowsky

La settimana scorsa, i giornali tedeschi si sono occupati di un acceso dibattito riguardante l’Hartz IV. Semplificando, si tratta del sussidio statale di disoccupazione attivo dal 2005, il cui ammontare dipende da una serie di fattori tra cui i risparmi, l’ultimo stipendio, l’età, la presenza di figli a carico e così via. Chi riceve soldi dallo stato è tenuto a inviare candidature regolari attraverso i Job Centers, non allontanarsi dal paese per un periodo di tempo troppo prolungato e, soprattutto, non lavorare in nero.

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Contrariamente a quello che si pensa in Italia, infatti, il lavoro nero qui a Berlino è ampiamente diffuso in diversi settori, e la scoperta dei cosiddetti “truffatori dell’Hartz IV” viene regolarmente denunciata. La novità in materia è stata proposta da Heinz Buschkowsky (SPD), sindaco della municipalità berlinese Neukölln, famoso per le sue posizioni politicamente scorrette. La sua tesi è che gli impiegati degli uffici di collocamento addetti alla vigilanza contro le truffe dovrebbero avere il permesso di analizzare le pagine Facebook dei beneficiari dell’Hartz IV, usando i dati raccolti come prove di un comportamento non confrome al regolamento. “Far valere la tutela della privacy sui social network come Facebook è un’assurdità”, da qui il via libera al controllo.

Questa è stata la risposta che l’esponente del partito socialista ha contrapposto al richiamo all’ordine del garante della privacy federale Peter Schaar, che aveva ricordato come una simile prassi fosse ai limiti dell’illegalità, da utilizzarsi solo “in casi eccezionali, nei quali sussista già un sospetto”. In orario di ufficio gli impiegati non hanno accesso ai social network, pensare che utilizzino il proprio tempo libero per andare a caccia di truffatori su Facebook sarebbe dunque una forzatura.

Al di là delle opinioni personali che si possono avere riguardo a una simile proposta, che a mio parere vuole fungere da deterrente più che essere effettivamente applicata, è interessante vedere come i campi del virtuale e del reale tendano a confondersi sempre più. Con buona pace dei garanti della privacy, infatti, le notizie che arrivano da tutto il mondo ci parlano di impiegati licenziati per post su Facebook o persone arrestate per aver condiviso un Tweet antigovernativo. Il campo virtuale viene riconosciuto, anche legalmente, come una sezione di vita nella quale le regole contano. In numerosi processi, quello che è stato scritto sui social network o le foto pubblicate hanno assunto il valore di prova a tutti gli effetti: anche nel virtuale siamo sotto costante controllo.

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Putroppo, nelle parole di Buschkowsky c’è un fondo di verità. La tutela della privacy sui social network sembra una contraddizione in termini, perché i contenuti presenti sono quelli che noi decidiamo di diffondere. Nessuno ci protegge da noi stessi. Qui non si parla di hacker che si inseriscono nei nostri computer e sottraggono informazioni protette, ma di dati che mettiamo a disposizione della massa e, eventualmente, possono essere usati contro di noi. Forse, invece di accusare il “sistema” di invadere le nostre vite, dovremmo per una volta fare un esame di coscienza, e pensare che siamo noi stessi i primi a lasciare che questo avvenga, contribuendo attivamente al funzionamento della macchina dell’oppressione.

Sono convinto che i social network abbiano un potenziale positivo, se pensiamo al ruolo che hanno assunto nelle primavere arabe e in altri moti di emancipazione la loro utilità politica è provata. Come spesso accade il problema non è il mezzo, ma il suo utilizzo. Tutti sanno che Facebook vende i nostri dati personali alle società che raccolgono informazioni commerciali, ma questo non impedisce un costante flusso di fotografie, informazioni, contenuti, condivisi con una rete di sconosciuti, apparentemente senza motivo. Sono favori che facciamo a chi controlla, che ha buon gioco nell’utilizzare quei dati a suo piacimento. Ciò non significa che gli impiegati statali abbiano il diritto di spiare le nostre azioni nel loro tempo libero, tuttavia occorre stare all’erta. Piaccia o no, siamo costretti a calibrare le parole, perché “tutto quello che dici potrà essere usato contro di te in tribunale”. La formula americana dell’arresto vale nella vita di tutti i giorni, come se ci trovassimo già con le manette ai polsi.

Riccardo Motti

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L’ombra di Weimar sulla Grecia

Nuove formazioni e antiche paure gettano un’ombra sinistra sull’incontro Merkel-Samaras

Tra pochi minuti Angela Merkel atterrerà all’aeroporto di Atene, città che per l’occasione è stata completamente militarizzata. Sono circa 7000 i membri delle forze dell’ordine impegnati a garantire l’incolumità della cancelliera tedesca. Nonostante la profusione di dichiarazioni distensive rilasciate nei giorni scorsi (“Vogliamo che la Grecia ce la faccia, perché sarebbe un bene per tutti”; “Mi auguro che la Grecia resti nell’Eurozona”), che peraltro non sono andate oltre ad una mera retorica della pietà, la situazione si presenta particolarmente tesa.

A torto o a ragione, per la popolazione greca la figura della cancelliera incarna quell’imposizione di austerità che, materialmente, sta affamando un’intera nazione. Questa visita non viene infatti intesa come un’amichevole incitamento, forte del supporto di tutta l’Unione, che la Germania porta a Samaras (che è la vulgata con la quale viene descritta in patria e all’estero), ma come un’ulteriore pressione che viene fatta sul governo greco affinché metta in atto ulteriori tagli, necessari all’erogazione dei prossimi aiuti. Il fatto che essa cada proprio in concomitanza di un vero e proprio “ultimatum alla Grecia” pronunciato dall’Eurogruppo dovrebbe, a mio parere, allontanare ogni dubbio su quale di queste due posizioni sia maggiormente credibile. A questo proposito, vorrei evitare di perdermi in elucubrazioni di carattere meramente economico o tecnico, come troppo spesso viene fatto, e vorrei concentrarmi maggiormente sul significato politico che la situazione greca può assumere, soprattutto nei confronti di quei paesi dell’Eurozona (Spagna e Portogallo in primis) i quali, in tempi non troppo lontani, potrebbero trovarsi in una situazione pericolosamente simile a quella in cui la nazione ellenica si trova attualmente.

A mio parere, il problema della Grecia non si chiama Merkel, né Samaras, né Euro: si chiama Alba Dorata. Sotto un silenzio criminale dei mezzi di informazione internazionali, questo movimento dichiaratamente neonazista si è reso protagonista, negli ultimi tempi, di una vera e propria campagna di terrore messa in atto nelle strade delle principali città greche. Episodi come l’aggressione fisica ad avversari politici, spedizioni punitive di squadracce contro immigrati e assalto alle bancarelle gestite da stranieri avrebbero meritato un’analisi profonda, che andasse ben oltre la pubblicazione di qualche filmato o report. Se si pensa che, secondo gli ultimi sondaggi, questo movimento è la terza forza politica del paese, il dubbio che sorge spontaneo è se la cura imposta per questa crisi non rischi di rivelarsi peggiore del male. Lo stesso Samaras ha paragonato la situazione della Grecia alla Repubblica di Weimar: a parte le profonde differenze storiche dei due momenti, resta un campanello d’allarme molto preoccupante per il destino dell’Europa. Sappiamo tutti come essa ebbe fine, e quali mostri generò, suo malgrado. Il fatto è che ai piani alti delle istituzioni si sta dimenticando, a mio avviso, che simili misure di austerità si abbattono in maniera tragica sulla popolazione, senza fornire al tempo stesso alcuna garanzia sulla propria efficacia. Chiunque abbia letto gli ultimi dati Istat e le previsioni del FMI per il futuro del nostro paese, ad esempio, sa che la promessa di una ripresa economica e occupazionale è molto lontana dalla sua realizzazione, anche dopo le dolorose misure adottate dal governo Monti. L’amara verità dei fatti è che nessuno sa quando, e se, la ripresa ci sarà effettivamente.

Purtroppo, solo una cosa è sicura: quando il popolo perde potere d’acquisto e lavoro, tende a destra. Il precariato a cui siamo tutti costretti causa rabbia, che è quasi impossibile incanalare in un progetto costruttivo nei confronti della società. Nessun discorso democratico, nessun convincimento europeista potrà cambiare quella che rimane, purtroppo, un’invariante della storia politica europea. Affamare i popoli, dunque, risulta essere un azzardo troppo pericoloso, e mi chiedo se ai piani alti sappiano veramente qual’è la gravità della situazione politica dei paesi dell’Eurozona. D’altra parte sarebbe troppo aspettare che da questa classe dirigente, la quale ha sempre lavorato per annientare ogni possibile alternativa al capitalismo liberista che ne ha permesso l’arricchimento, possa giungere una proposta capace di mettere in discussione il modello di sviluppo che è stato imposto all’Europa. Viene da chiedersi che valore assuma, in un contesto simile, il termine “futuro”.

Riccardo Motti

In alto a sinistra: Merkel e Samaras, copyright befan.it; al centro, il simbolo di Alba Dorata, con un evidente richiamo alla svastica nazista; in basso a sinistra bambini della repubblica di Weimar giocano con mazzette di Marchi, copyright bessarabia.altervista.org

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Il Titanic e il colpo di stato

Il no agli Eurobonds e il possibile referendum sul Fiscal Pact

E’ notizia di ieri l’indiscrezione secondo la quale la cancelliera Angele Merkel avrebbe, nel corso di una riunione a porte chiuse con i parlamentari del partito liberale, svelato le carte in tavola affermando una volta per tutte il suo “Nein” alla creazione degli Eurobonds. Ho avuto già modo di parlare dell’argomento nel post del 22 Maggio scorso, a cui rimando sia per quanto riguarda le motivazioni di questo rifiuto sia per la mia personale opinione a proposito.

La novità rispetto alla situazione precedente è che ora, almeno a livello nazionale, la Merkel ha reso noto con fermezza ciò che gli innumerevoli distinguo ed indecisioni della Germania rispetto a questo tema avevano già fatto immaginare. Finché l’attuale governo sarà in carica, gli Eurobonds non si faranno. Ma per quanto riguarda la posizione tedesca rispetto al diffondersi della crisi, occorre segnalare un dibattito importante che da qualche giorno sta occupando i principali quotidiani nazionali. Si tratta di un’intervista concessa dal ministro delle finanze Schäuble al settimanale “Der Spiegel”, nella quale il politico traccia un’analisi dettagliata della situazione attuale.

La sua tesi è che si sia ormai arrivati al limite ultimo delle possibilità di sopravvivenza dell’Europa così come la conosciamo, e sia dunque necessario assumersi la responsabilità di decisioni storiche. Nello specifico, si tratterebbe di indire un referendum per chiedere ai cittadini tedeschi se ed in che misura si possa cedere una parte della sovranità nazionale a Bruxelles, implicando una modifica di alcuni principi sanciti dalla costituzione tedesca. Questa è una risposta alle dichiarazioni rilasciate qualche giorno prima da Sarah Wagenknecht, parlamentare di spicco della Linke, secondo la quale il Fiscal Pact sarebbe un “colpo di Stato freddo”, ovvero una strumentalizzazione della crisi volta ad introdurre norme le quali andrebbero ad intaccare i diritti dei cittadini tedeschi sanciti dalla costituzione. Da qui la necessità di un referendum.

La cosa stupefacente è che Schäuble, invece di gettare acqua sul fuoco, ha colto la palla al balzo e si è detto favorevole ad una votazione popolare che abbia come oggetto la modifica della costituzione esistente. Secondo quanto dichiarato allo Spiegel, la situazione è così grave da comportare una forte presa di coscienza dei cittadini, che capendo la portata storica della decisione dovrebbero sottoscrivere la rinuncia a certi diritti. La stampa conservatrice si è scagliata contro questa possibilità, e l’importante quotidiano “Die Welt” ha parlato apertamente della situazione politica tedesca come “divisa tra paura e ricatto”.

Partendo dalla constatazione del fallimento delle politiche di salvataggio messe in campo finora dai vari governi dell’Unione Europea, l’articolo denuncia il ricatto di Schäuble, che imporrebbe misure la cui efficacia non è provata sotto la minaccia di una possibile catastrofe futura. Sebbene le ragioni siano in parte condivisibili, non si può fare a meno di notare come il discorso parta da un presupposto a mio parere totalmente errato, ovvero che la salute dell’economia tedesca non sarebbe direttamente dipendente dal destino politico dell’Unione. Ancora una volta, la stampa conservatrice tedesca si lancia in considerazioni inquietanti rispetto al destino dell’Unione: non vengono proposte soluzioni alla crisi, e ci si limita a criticare quelle già adottate ricordando al tempo stesso come la salute dell’economia tedesca. Contando che l’articolo paragona l’Europa al Titanic, avviato verso una fatale collisione, sembra quasi che si voglia invitare la politica ad abbandonare la barca che affonda, piuttosto che incitarla a sforzarsi per trovare soluzioni che siano veramente efficaci.

Ma una simile prospettiva evoca fantasmi che sembravano parte di un tempo ormai lontano.

Riccardo Motti

In alto a destra: Angela Merkel, copyright rp-online.de; al centro a destra: Wolfgang Schäuble, copyright gaia.sunn.de, in basso a destra: illustrazione dell’affondamento del Titanic, copyright akg-images 

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La street art non è più politica

Le nuove tendenze alla vigilia del festival che si svolgerà a Monaco

Una porta interamente ricoperta di occhi. Un viso umano dal quale spunta una lingua biforcuta. Un astronauta alto 10 metri che fluttua sulla facciata di un palazzo. Sono solo alcuni esempi di street art che si possono notare passeggiando per le strade di Berlino. La città è colma di muri ciechi, cicatrici dei bombardamenti alleati, che sono diventate gigantesche tele a disposizione degli artisti urbani. La profusione di graffiti, collage e stencils che ricoprono i muri della città è tale che si ha quasi l’impressione di essere in un museo a cielo aperto. Tutto è cominciato alla fine degli anni ’70, nella Berlino Ovest, quando il muro che divideva la città divenne un manifesto politico dell’assurdità di quella separazione. Poi, dopo la riunificazione, fu l’entusiasmo per la libertà ritrovata ad assumere la forma di graffiti colorati, che invasero i quartieri della vecchia Berlino Est per mano di artisti nati e cresciuti nel settore sovietico.

Ora, dopo più di vent’anni, i tempi sono profondamente cambiati, e l’arte urbana, sensibile al mutamento storico, si è rivelata essere sismografia in immagini, come una sorta di storiografia inconscia della città stessa. Le nuove leve della scena berlinese confermano infatti quella che è stata una tendenza rintracciabile nel corso di tutti gli anni ’00: l’arte urbana non vuole più essere veicolo di un messaggio politico. In questo senso, anche il collocamento spaziale delle opere è mutato. Se ai tempi della DDR i writers utilizzavano il muro per garantire la massima visibilità possibile alle loro opere, un artista contemporaneo come Alias opera in senso opposto. I suoi stencils, caratterizzati da un’abilità tecnica senza eguali nella scena, appaiono in luoghi nascosti, dando vita ad un rapporto intimo con il fruitore. Don’t tell anyone è appunto lo slogan con il quale Alias ha firmato uno dei suoi lavori più famosi, un ragazzo che tiene un dito davanti alla bocca intimando il silenzio. Non è certo un caso che la firma di questo artista sia una figura incappucciata, con il viso coperto dalle mani o completamente privo di volto: bisogna restare anonimi se si vuole conservare un’identità, che non può tuttavia essere politica. A volte sono gli stessi writers a rifiutare un tipo di analisi che si azzardi a rintracciare nelle loro opere un contenuto di critica sociale. E’ il caso di Xoooox, artista urbano molto noto a Berlino, il quale disegna tramite stencils splendide modelle su muri fatiscenti. A chi vedeva in questa operazione una critica al mondo della moda, egli ha candidamente risposto che il suo intento era abbellire quei muri tramite le immagini di ragazze avvenenti.

Questa è la nuova prassi dell’arte urbana, le cui migliori proposte saranno presentate nell’ambito di Stroke, il più importante festival di street art tedesca, che quest’anno vede la città di Monaco ospitare la sua sesta edizione a partire dal 3 Maggio. Le aspettative, in questo senso, riguardano una conferma del disimpegno: nell’arte urbana tedesca non sono rintracciabili né la veemenza delle incursioni urbane che caratterizzavano gli albori del graffitismo americano, né la militanza degli artisti che operano nei paesi della primavera araba. In Germania si cerca, da un lato, il virtuosismo tecnico, ed in questo senso il festival ospiterà per la prima volta nella sua storia una sezione interamente dedicata all’arte digitale. Dall’altro, si persegue la creatività in quanto momento ludico, pura espressione disinteressata, senza dimenticare di guardare al mercato con un occhio di riguardo. Questo è infatti l’altro grande mutamento nel mondo della street art contemporanea: la sua commercializzazione.

Negli ultimi anni, a Berlino, si sono viste nascere vere e proprie gallerie d’arte specializzate in arte urbana, che dal canto suo ha accettato di buon grado i corteggiamenti provenienti dal mainstream. Gli artisti organizzano mostre, vendono opere ai galleristi e, salvo alcune eccezioni, il loro anonimato è diventato più una questione di stile che una pratica effettivamente volta a proteggere la loro identità. Una situazione impensabile fino alla fine degli anni ’90, quando l’arte urbana era ancora concepibile come espressione rabbiosa di un forte disagio sociale. Certo ci sono alcuni artisti contemporanei che restano fedeli alla tradizione, come Mein lieber prost. I suoi volti stilizzati, spesso accompagnati da slogan che invitano a deridere passanti e turisti, sono pensati proprio per essere disegnati, con rapidi movimenti, in luoghi dove i graffiti sono illegali, con l’intento di utilizzare un luogo simbolico per attirare l’attenzione del pubblico. Ma qui in Germania si ha l’impressione che tali pratiche assomiglino ormai a vestigia di un tempo passato, sicuramente glorioso ma dal quale ci si sta inesorabilmente allontanando.

Questo articolo è stato pubblicato a pagina 26 de “La Lettura” (inserto culturale del Corriere della Sera) di Domenica 25 Marzo. Riproduzione riservata.

In alto a sinistra: l’astronauta di Victor Ash. In basso a destra: graffito in una corte interna di Neukölln. Riproduzione riservata.

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