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La Germania contro gli Eurobonds

Alla vigilia del vertice di Bruxelles le posizioni restano inconciliabili

Nei giorni scorsi il governo Merkel ha nuovamente ribadito ciò che già si sapeva da tempo: la Germania non permetterà la creazione degli Eurobonds. Di cosa si tratta? Essi sono uno strumento finanziario, la cui natura è pressocè identica ai titoli di Stato emessi dal Ministero delle Finanze degli Stati memebri dell’Unione, dei quali ho già avuto modo di parlare in questo post.

La differenza sta nel fatto che gli Eurobonds sarebbero emessi direttamente dalla Banca Centrale Europea, e presupporrebbero un profondo cambiamento nell’economia politica dell’Europa. Se finora, infatti, i titoli di Stato sono visti come una sorta di “termometro” della fiducia che gli investitori ripongono nella possibilità di una nazione di essere in grado di ripagare i propri debiti, un’eventuale introduzione degli Eurobonds allargherebbe questa dinamica a tutti i paesi dell’Unione, senza distinzione. Per certi analisti, questa potrebbe essere la soluzione della crisi attuale, intesa principalmente come crisi della moneta unica. Eliminando la differenza tra paesi virtuosi e non, si aumenterebbe la fiducia degli investitori, che acquistando questi strumenti finanaziari assicurerebbero una maggiore stabilità economica e politica all’Europa.

Alla Germania questo discorso non piace per niente. La coalizione di governo formata da CDU e FDP (liberali), infatti, non hai mai fatto segreto di vedere questa eventuale soluzione come una sorta di obbligo di aiuto nei confronti degli altri paesi. Ritenendosi fondamentalmente al di sopra, dal punto di vista economico, di tutti gli altri, il governo Merkel non vuole dividere equamente le responsabilità. L’ostilità è così elevata che si è addirittura arrivati a proporre, per voce di Michael Meister (CDU), che i paesi interessati agli Eurobonds li organizzino tra di loro, lascindo fuori la Germania: una possibilità assolutamente non attuabile, tenendo conto dell’idea di condivisione del rischio che questo strumento sottointende. Il fatto che l’opinione pubblica tedesca non sia del tutto favorevole a questa forte presa di posizione (e lo ha dimostrato nella tornata elettorale del 13 Maggio scorso) sembra non aver influito sulla posizione della Merkel. Con queste premesse, è altamente impobabile che nel vertice in programma domani a Bruxelles si possa trovare una soluzione condivisa su questo punto, così come auspicato da Monti e da Hollande. Tuttavia, la domanda che mi pongo a questo punto è: siamo sicuri che questo strumento sia effettivamente utile?

Se è vero che l’introduzione degli Eurobond sarebbe un gesto simbolico importante per quanto riguiarda l’unità dell’Europa nell’affrontare la crisi, a mio parere sarebbe più utile spiegare agli investitori come non ci sia una differenza così profonda tra i vari titoli di Stato emessi dai paesi dell’Unione. L’economia Europea presuppone già una forte interdipendenza tra i vari paesi, che si necessitano reciprocamente. L’economia della stessa Germania non è assolutamente autarchica, ma si fonda sull’esportazione: nessuno resiste da solo. Tuttavia, a livello politico, al governo Merkel fa molto comodo essere individuato come una sorta di faro nella burrasca che sta investendo l’Europa, perchè lo dota di un peso politico che, dall’89, la Germania è andata rivendicando con forza nel panorama europeo. Da qui il rifiuto di una condivisione ufficiale del rischio.

Infine, mi sembra che nella lettura della crisi tipica degli ultras degli Eurobonds ci sia un problema di fondo. Come detto, essi ritengono che il problema sia la debolezza della moneta unica europea. Questo è un sintomo che è sicuramente presente, ma non dimentichiamo che è il sistema stesso secondo il quale l’economia funziona ad essere in crisi. Non stiamo parlando di un problema finanziario che contriddistingue la valuta europea, ma di uno tsunami che ha investito l’economia reale di tutti i paesi del Primo e Secondo mondo, che sta affossando la finanza. Non si produce più, gli operai sono in cassa integrazione, i piccoli imprenditori sono costretti a chiudere: se le condizioni volte a permettere la creazione di posti di lavoro non vengono favorite, è difficile pensare che un’alba possa seguire questa lunga nottata. Un tentativo di risoluzione della crisi che sia socialmente orientato significa soprattutto pensare meno alle banche è più alle persone: in questo senso, il discorso sugli Eurobonds somiglia ad uno specchio per le allodole.

Riccardo Motti

In alto a sinistra: vignetta, copyright http://twistedeconotwist.wordpress.com; In basso a sinistra Mario Monti, copyright ilgiornale.it

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Bund, BTP e Spread

Ormai da molti mesi, sentiamo parlare ogni giorno della crescita o diminuzone dello spread, il cui punteggio ormai affianca i dati inerenti ai mercati azionari. Tuttavia, parlando con parenti e conoscenti sia qui che in Italia, mi sono reso conto che in non c’è una conoscenza diffusa di cosa, in effetti, si naconda sotto questa mole di dati, numeri e grafici. Proviamo a fare un pò di chiarezza.

I Bund e i BTP sono titoli di Stato, emessi dal Ministero dell’Economia, i quali consentono al cittadino di fare un investimento che, di norma, è ritenuto più sicuro di un qualsiasi investimento standard compiuto nel mercato azionario. La prima cosa da notare è che questi strumenti finanziari hanno una durata variabile. I BTP (Buoni del Tesoro Poliennali) possono avere una durata di 3,5,10,15 e 30 anni, mentre i Bund (Bundesanleihen) valgono 10 o 30 anni. Al momento dell’acquisto si accetta un rendimento annuale, che rimane fisso fino alla scadenza. La remunerazione avviene tramite una cedola semestrale e, al momento della scadenza, con lo scarto di emissione. Cosa significa? Semplificando: se ho acquistato una certa quantità di BTP vengo remunerato ogni 6 mesi, in base al tasso di interesse stabilito al momento dell’acquisto. Poi, al momento della scadenza o della vendita, si calcola la differenza tra il valore che il titolo ha in quel momento rispetto a quello che aveva al momento dell’acquisto. Il motivo per il quale essi siano considerati sicuri è abbastanza intuitivo: la probabilità che uno Stato paghi il dovuto è più alta rispetto alla possibilità che qualsiasi azienda privata faccia lo stesso.

Qui arriviamo al punto. Ci sentiamo ripetere ogni giorno che lo spread è termometro della fiducia degli azionisti, i quali speculano sulla possibilità o meno che questo o quello Stato dell’Unione Europea riesca a pagare i propri investitori. Se la differenza in punti tra il redimento di un BTP 10 anni e quello di un Bund della stessa durata è troppo alto, si dice che gli investitori “non hanno fiducia nell’Italia”. Ma questo è vero fino ad un certo punto, perchè una differenza è il risultato di una operazione che prevede almeno due fattori. Nello specifico, lo spread può essere elevato non solo perchè i BTP emessi dall’Italia rendono molto, ma anche perchè (notizia di ieri) i Bund tedeschi non hanno mai reso così poco. Più che una sfiducia immotivata degli azionisti nei confronti dell’Italia, io vedo piuttosto una fiducia spropositata degli stessi nei confronti della solidità dell’economia tedesca. E’ vero che essa ha resistito meglio delle altre alla crisi che ha investito il mercato finanaziario, ma non dimentichiamo che essa è fondamentalmente basata sull’esportazione. Una contrazione del mercato globale, una diminuzione della ricchezza ed un blocco del consumo non potranno che causare, a medio termine, l’estendersi della crisi alla finanza tedesca. Non lo dico per fare del facile disfattismo, ma per mettere in chiaro come la soluzione non possa prescindere da una comunione di intenti che attraversi trasversalmente tutta l’Unione Europea. Il discorso sullo spread non mi piace perchè è funzionale alla creazione dell’idea che ci sia un’Europa “a due velocità”, paesi buoni e paesi cattivi.

Questa è una favola che in fin dei conti non fa dormire sonni tranquilli, perchè alimenta idee neo-nazionalistiche e anti-europeiste, delle quali Marie Le Pen è emblema. E’ vero che le regole devono essere rispettate ugualmente da tutti i paesi membri, e che ci sono nazioni con economie intrinsecamente più deboli, ma l’Europa ha come compito la composizione di questa frattura, non la sua esasperazione. Se si insiste sulla differenza tra i paesi, se si usa lo spread per costringere governi deboli ad imporre misure inique e draconiane, si ottiene un effetto deleterio e pericoloso per il futuro dell’Unione. Dovremmo incominciare a far capire ai cittadini che se l’economia europea crolla, anche quella tedesca sarà travolta. Se si naufraga, si affonda tutti assieme: sarebbe ora di smettere di far credere alla gente che esistano appigli sicuri, e cominciare a parlare di una soluzione che preveda un cambiamento profondo dell’economia mondiale, la quale sta dimostrando di non poter essere in alcun modo salvata mediante privatizzazioni indiscrimante, contratti precari e tagli alle pensioni.

Riccardo Motti

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