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L’infarto culturale

Proposta shock da parte di un gruppo di intellettuali tedeschi: tagliare i fondi alla cultura per risollevarla

A meno di un mese dalla sua uscita, il libro pubblicato da Armin Klein (docente di management culturale alla Pädagogische Hochschule Ludwisburg), Stephan Opitz (fotografo), Dieter Haselbach (Codirettore del Zentrum für Kulturforschung) e Pius Knüsel (Direttore Fondazione Pro Helvetia) non smette di far parlare di sè.

La tesi proposta, tanto semplice quanto scandalosa, è questa: ci sono troppi aiuti statali per la cultura. Ci sono troppi cinema, musei ed organizzazioni culturali di vario tipo che vivono alle spalle del sistema assistenziale pubblico tedesco, e i tempi in cui stiamo vivendo non permettono che ci sia un simile spreco di denaro pubblico. La soluzione, dunque, è una sola: tagliare questi fondi. Solo in questo modo si riuscirebbe a risvegliare il mondo culturale tedesco dalla morte apparente nella quale, secondo gli autori, esso giace da troppo tempo, anche a causa di questo assistenzialismo eccessivo. La difficoltà oggettiva in cui questo mondo si verrebbe a trovare dovrebbe dunque funzionare come stimolo ad inventare soluzioni virtuose e, pragmaticamente, a trovare fondi privati e a rendersi più appetibile sul mercato.

Una terapia d’urto quindi (non a caso il libro si chiama “Der Kulturinfarkt”), che mettendo a repentaglio le possibilità di sopravvivenza della cultura dovrebbe in fin dei conti risvegliarla. Una tesi volutamente provocatoria, che  è riuscita perfettamente nell’intento di rendere il testo uno degli argomenti più chiaccherati nelle pagine culturali dei quotidini tedeschi. Ad aumentare la perplessità nei confronti dei reali intenti che muovono gli autori non va dimenticato come questi siano nomi noti del mondo culturale tedesco, i quali percepiscono un cospicuo stipendio da parte di istituzioni che vivono effettivamente di fondi pubblici, e che quindi andrebbero anch’esse incontro ad un eventuale taglio dei fondi. Ovviamente, questa tematica è stata accuratamente evitata dagli autori.

Inoltre, personalmente non mi piace per niente sentir trattare la cultura come se fosse una qualsivoglia istituzione commerciale, in un certo senso costretta a lanciarsi nel mondo del mercato senza usufruire di aiuti pubblici. L’autonomia della cultura è a mio parere connessa in modo indissolubile con la sua lontananza dalle tecniche di marketing più aggressive. Mi sembra di sentire riecheggiare le parole della Gelmini, quando auspicava che le università italiane fossero in grado di diventare imprese e, conseguentemente, dotarsi di sponsor e contribuenti privati. In questo modo si vuole, a mio parere, far diventare la cultura direttamente dipendente dai poteri forti che in fin dei conti influiscono già pesantemente suoi suoi contenuti.

Ma con la cultura non si scherza: occorre fare molta attenzione, perchè quello che a prima vista potrebbe sembrare un tentativo, tanto goliardico quanto ben riuscito, di creare un “caso” per vendere molte copie, potrebbe in realtà rivelare un primo approccio ad un tentativo di “privatizzazione della cultura”. Si usa strumentalmente la difficile situazione economica per dimostrare come i fondi stanziati per la cultura siano eccessivi, e si cerca di convincere l’opinione pubblica della necessità di una revisione profonda del concetto stesso di cultura. Tuttavia, non si può ridurre la cultura a qualcosa di monetizzabile: eliminare l’autonomia significa ancora una volta mettere a tacere una voce che è, almeno potenzialmente, critica rispetto all’establishment contemporaneo, dunque scomoda. Il mantenimento del suo carattere originale mi sembra in fin dei conti essere molto più importante di qualsiasi critica economica che possa essere mossa nei suoi confronti.

Riccardo Motti

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