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Tre poli e cinque stelle

Guida galattica per naufraghi dello spazio politico italiano

La lettura dell’Apocalisse di San Giovanni offre spunti notevoli a chi volesse tentare una compiuta esegesi politica della Seconda Repubblica. Una eterna transizione governata da potentati apparentemente immortali e imperturbabili. Unica differenza: il cittadino non ha la più pallida idea di cosa possa attenderlo man mano che l’aurora preannuncia il termine della notte. Ecco una serie di cose che credo abbiate il diritto di sapere circa il possibile futuro della nostra Repubblica.

Primo. Il federalismo è fallito e non tornerà. Sul terreno di battaglia giacciono il progetto confederale eversivo di Miglio, il federalismo allegro di D’Alema e quello autoritario, straccione e centralista di Calderoli. I generali di questo sgangherato esercito bi-partizan non sono riusciti a trovare una quadra in 20 anni di governo: tutte le proposte partivano dal presupposto che almeno il 50% delle tasse dallo Stato dovessero rimanere nelle regioni in cui erano state raccolte ma nessuno ha mai ammesso come più del 50% delle spese dello Stato (pensioni, interessi sul debito e difesa in primis) non siano regionalizzabili. Hanno dissipato immani risorse pubbliche in riforme controproducenti per poi naufragare in un mare di debito pubblico, inefficienza, babeli amministrative. All’orizzonte, nuove modifiche sussidiaristiche che valorizzeranno i livelli territoriali di governo più vicini alla cittadinanza. I comuni sono in pole position così come preannunciato dalla decisione del Governo Monti di restituire l’Imu nel 2013 e dal Presidente dell’Anci Graziano Delrio. Quest’ultimo poi cita un giorno sì e l’altro pure Cattaneo ricordano come l’Italia sia il paese delle mille città, annunciando una ondata di municipalismo che dovrebbe sostituire il vecchio e marcissimo refrain federalista.

Secondo. Qualunque cosa ci aspetti, la aspetteremo per molto tempo ancora. Noi leggiamo la Seconda Repubblica come un lungo cammino nel quale abbiamo stravolto e cambiato l’articolazione dei livelli territoriali di governo e del sistema partitico da una Repubblica prefettizio-centralista dominata da partiti-chiesa a una Repubblica regionalista dominata da partiti azienda. Un giorno potremmo leggere la Terza Repubblica come un lungo periodo di transizione verso quello che verrà. Cosa verrà, ancora non lo sappiamo ma possiamo supporlo. Una nuova e lentissima stagione di riforme istituzionali che portino al “miglioramento del sistema di governo”. Da un lato quindi, tutte le misure necessarie a garantire una più efficace azione del Consiglio dei Ministri, con il rafforzamento dei poteri del premier, la sfiducia costruttiva e altre amenità (come l’annoso dibattito sull’opportunità di concedere al Governo la facoltà di stabilire l’ordine dei lavori delle camere, facoltà attualmente prevista nella “bozza Vizzini” che ci assicurano ispirata alla vecchia “bozza Violante”). Come etichettare i prossimi cambiamenti? Superamento del bicameralismo perfetto, razionalizzazione (meno parlamentari e iter legislativi più rapidi), premierato (fiducia del parlamento non al governo ma al Premier e ministri nominati da quest’ultimo) e sfiducia costruttiva (norma che laddove esiste, in Germania e Spagna, è stata utilizzata con la stessa frequenza dello ius primae noctis).

Terzo. Strettamente collegata alle forme del governo centrale e alla suddivisione delle competenze fra quest’ultimo, le regioni, le province e i comuni giungerà un mutamento nel sistema partitico. Gli scenari, nella mia mente, sono tre. Primo: vince D’Alema: sistema tedesco o doppio turno e tripolarismo partitico. L’idea, neanche troppo celata, è che la sinistra italiana essendo in minoranza nel paese possa aspirare a governare solo tramite un’alleanza con i moderati che escluda le destre, magari al ballottaggio. Ecco dunque un sistema partitico a tre poli con il centro (cattolici moderati, terzopolisti e cattolici democratici eventualmente fuoriusciti dal Pd) incaricato di rimanere al governo in eterno alternando alleanze con la destra (con tutto ciò che sopravviverà a Berlusconi e Lega Nord) e la sinistra (che ospiterà generosamente comunisti, socialisti europei, ex Ds, ex Pds, ex Pd, vendoliani, dipietristi, ecc.). Secondo: vince Berlusconi. Ecco una qualsiasi forma di governo con super-premier direttamente eletto dal popolo e con poteri molto più elevati di quelli del parlamento. Semi-presidenzialismo alla francese (che andrebbe bene anche a D’Alema e Fini), presidenzialismo, premierato. Di fatto il sistema partitico rimarrebbe un bipolarismo con 3-4 o al massimo 5 partiti rilevanti ai fini della formazione di un governo. Terzo: vince Grillo. Il movimento 5 Stelle stravince alle prossime elezioni, anche perché come avrete notato chi decide delle riforme è tutt’oggi chi ha governato per gli ultimi 20 anni e ancora non si accorge di non poter godere più di alcuna fiducia da parte dei cittadini. Il movimento 5 Stelle senza alcun mandato popolare cambia le regole sui partiti e mette al bando i finanziamenti, gli spazi elettorali gratuiti e cancella i finanziamenti all’editoria. Risultato: il movimento 5 Stelle gode dell’appoggio di tantissimi italiani, poi si spacca in due sulla questione immigrazione e nascono due partiti 5 Stelle, uno di destra e uno di sinistra. Sistema presidenziale bipartitico all’americana con corporations, finanzieri e blocco industrial-militare al potere per i prossimi due secoli. D’altronde un terzo degli elettori (stelle del cielo) sono già stati conquistati dall’astensionismo, l’America si avvicina.

Luca Cattani

Luca Cattani è nato nel 1984, ha studiato economia e scienze politiche. Attualmente è dottorando presso il Dipartimento di Scienze Economiche di Bologna e consigliere comunale a Reggio nell’Emilia.

lou.cattani@gmail.com

In alto a sinistra: vignetta di Giannelli sul federalismo; in basso a sinistra: Beppe Grillo, copyright tommasolabate.com

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Il buio dei viali

“Matteo lavora a Londra/ Alberto è andato in Spagna/ Riccardo vive a Kreuzberg[…]/ siamo rimasti in tre/ insieme al buio dei viali”. Così recita l’incipit di una bella canzone dei Divisione Syphon, che descrive la situazione di chi ha scelto di restare a vivere nella città in cui è nato, e vede i propri amici andarsene. Cosa c’è dietro questa dinamica, al giorno d’oggi sempre più diffusa? Perché i giovani italiani vogliono lasciare il paese?

Si sente spesso dire che bisogna investire sui giovani, cambiare il mercato del lavoro, stanziare più fondi per la ricerca ed incoraggiare i giovani imprenditori con leggi adeguate. Tutte queste proposte rappresentano una maniera possibile di porre un rimedio alla fuga di massa a cui stiamo assistendo. Tuttavia, credo che pensare la questione esclusivamente in questi termini sia una dannosa semplificazione. Nello specifico, non sono affatto convinto che il problema sia la cosiddetta “fuga di cervelli”: è normale che uno specialista si trasferisca in un paese dove c’è un centro specializzato. Il fatto è che la maggior parte degli italiani all’estero fa lo stesso lavoro che farebbe in Italia, solo che sceglie di stare in un luogo dove si vive meglio.

E’ sbagliato ridurre tutta la vita dei ragazzi alla brutale realtà economica-retributiva: non dovremmo dimenticare che in primo luogo, dalla mattina alla sera e ogni giorno dell’anno, essi vivono la propria città. Sarebbe opportuno chiederci quale sia effettivamente la qualità della vita al giorno d’oggi in Italia, e come questo possa influire sulla voglia di molti giovani di lasciare il paese. Non credo di peccare di qualunquismo se affermo che nel nostro paese, in moltissime città, si vive male. In primo luogo, a causa dell’aria che si respira. Non è certo un segreto la posizione di tutto rispetto che l’Italia occupa tra i paesi più inquinati d’Europa, soprattutto al nord, dove si concentra la produzione industriale. Il fatto che si investa ben poco nelle energie rinnovabili, e che si permetta alle auto di circolare in pieno centro storico in nome del commercio non aiuta certo la situazione. Peraltro in alcune città (ad esempio Milano e Roma), muoversi in bicicletta è scomodo e rischioso, rendendo l’uso dell’auto una spiacevole necessità.

Se poi diamo uno sguardo alla vita sociale, il quadro non migliora, anzi. I nostri splendidi centri storici sono stati via via desertificati eliminando i luoghi di intrattenimento, decentrati in centri commerciali-multisala di periferia, e militarizzati da ordinanze sempre più restrittive nei confronti della vita notturna e degli orari dei pub. Si chiudono i locali nel nome della sicurezza, quando si sa benissimo che l’assenza di anima viva rende il cuore della città un luogo ideale per la proliferazione di episodi di microcriminalità, i quali vengono poi strumentalizzati per rendere la morsa del controllo ancora più forte. Piazze illuminate a giorno e viali bui, telecamere ovunque, nessuno in giro: questa è la desolante scena che si presenta agli occhi di chi passeggia per il centro (anche di una città nella quale, secondo le statistiche, si “vive bene” come Reggio Emilia). Il problema non è solo di natura macroeconomica, ma credo abbia una profonda radice sociale. Il nostro è un paese per vecchi, per questo i ragazzi se ne vanno.

Riccardo Motti

In alto a destra: illustrazione, copyright http://www.webalice.it/loris.pellegrini/; In basso a sinistra: illustrazione, copyright comunelavis.it. La canzone citata nel primo paragrafo è “Baghdad Emilia” dei Divisione Syphon

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