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Autunno 2012

Un commento politico all’arrivo dell’autunno

Il fatto che i giovani di oggi abbiano dei seri problemi a sbarcare il lunario è fuori discussione. Non ripeterò le cifre, peraltro impietose, della disoccupazione giovanile nei paesi dell’Unione Europea più colpiti dalla crisi. Siamo arrivati al punto in cui nessuno di noi, credo, ha bisogno di leggerle per sapere quanto la situazione si stia facendo difficile e intollerabile. Siamo una generazione in guerra, una nuova forma di conflitto infida che non si combatte in trincea, ma tra gli uffici di disoccupazione e i contratti a tempo determinato.

Ci sentiamo dire che abbiamo la laurea sbagliata, che siamo poco qualificati, che abbiamo poca esperienza, che siamo troppo qualificati, che ci manca un master, che abbiamo troppi master, che siamo troppo giovani, che siamo troppo vecchi. Le motivazioni si sommano e si contraddicono, vogliono tentare di attribuire a noi una colpa che non è nostra, mentre una sola cosa è sicura: “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. L’autunno alle porte potrebbe durare ben oltre il 21 Dicembre, trasformandosi in una vera e propria prassi generazionale. Oltre alla disoccupazione vera e propria, a mio avviso una caratteristica nuova e fondamentale della nostra epoca è il lavoro non pagato. Veniamo convinti con motivazioni sempre nuove dell’utilità di ciò che, a tutti gli effetti, è uno sfruttamento del lavoro. E’ una bella cosa da inserire nel curriculum, servirà ad aprire nuove strade, aumenterà il numero dei contatti utili, ci permetterà di entrare a contatto con un nuovo ambiente: tutte motivazioni apparentemente ragionevoli, ma che non giustificano in alcun modo una mancata retribuzione del lavoro svolto. Quasi come se la vaga possibilità di un’utilità futura di una certa esperienza bastasse, in sé, come pagamento. Anche nel caso in cui tutte le motivazioni di cui sopra si rivelassero balle. La colpa sarebbe di nuovo nostra, non dell’istituzione che ci ha deliberatamente sfruttato.

Per questo mi irrita oltremodo sentire diversi politici italiani affermare con orgoglio che possono disporre di un considerevole numero di volontari al proprio servizio. Seguendo saltuariamente la (non)campagna elettorale italiana contemporanea, mi è già capitato di sentire Grillo, Renzi, Bersani e Vendola gongolare pubblicamente rispetto ai ragazzi che si mettono al loro servizio, gratis. Il tutto rientra nel contesto che l’impressionante susseguirsi di scandali in riferimento all’utilizzo di fondi da parte dei politici ha contribuito a creare. Adesso va di moda dichiarare che la propria campagna elettorale è completamente low cost, avviene attraverso i social network, è curata da “giovani volontari”. Ma io chiedo, forse ingenuamente: è veramente un vanto lo sfruttamento di un lavoro non pagato? Perché di questo si tratta. Non vedo perché il mettersi a disposizione di una causa debba per forza coincidere con una rinuncia allo stipendio. Non c’è niente di male nell’essere pagati per il proprio lavoro, questo è il messaggio che i politici dovrebbero diffondere.

Sentire un politico, che magari imposta la sua campagna elettorale su un cambiamento radicale del paese, parlare orgogliosamente dei pochissimo soldi spesi per la campagna elettorale mi fa venire i brividi, perché smentisce coi fatti quel cambiamento che viene invocato a parole. Io vorrei che un politico dicesse: “Ho speso X Euro per pagare l’ottima lavoro di questo webmaster”, non “Ho un bravissimo webmaster che lavora gratis per me”. La gente non odia i politici perché pagano bene un buon lavoro, ma perché utilizzano soldi pubblici per comprarsi la casa, fare feste in maschera, andare in vacanza, fare benzina, comprarsi la macchina eccetera. Si arrabbia perché rubano, non perché pagano.

La vulgata che ci viene proposta è che il paese sia pieno di ragazzi volenterosi i quali, fuori dall’orario di lavoro, dedicano il loro tempo ad una causa in cui credono fermamente, mettendo gratuitamente a disposizione la propria professionalità. Nonostante io sia convinto che in alcuni casi questo sia vero, credo che fondamentalmente si tratti di una favola. Il che mi fa sorgere un dubbio. Non è che, magari, il partito di turno si serva di un professionista con la promessa, magari implicita, di rendergli il favore una volta conquistato il potere? “Lavora per me, gratis. Io mi ricorderò chi sei”: questo mi sembra il messaggio implicito che passa da questa pratica malsana. Ma se questo è quanto, allora non usciremo mai dall’ottica clientelare che ha affondato ogni possibilità di sviluppo e giustizia sociale, non arriveremo mai all’attribuzione di un giusto valore del lavoro che sia indipendente dai colori politici di cui esso si tinge.

Se le cose stanno veramente così, è molto difficile pensare all’inverno, o alla primavera, o  all’estate. Saremo sempre in autunno.

In alto a sinistra: grafico sulla disoccupazione in Italia, periodo Aprile 2011-Aprile 2012; in basso: Bruegel, “Autunno”.

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L’ombra di Weimar sulla Grecia

Nuove formazioni e antiche paure gettano un’ombra sinistra sull’incontro Merkel-Samaras

Tra pochi minuti Angela Merkel atterrerà all’aeroporto di Atene, città che per l’occasione è stata completamente militarizzata. Sono circa 7000 i membri delle forze dell’ordine impegnati a garantire l’incolumità della cancelliera tedesca. Nonostante la profusione di dichiarazioni distensive rilasciate nei giorni scorsi (“Vogliamo che la Grecia ce la faccia, perché sarebbe un bene per tutti”; “Mi auguro che la Grecia resti nell’Eurozona”), che peraltro non sono andate oltre ad una mera retorica della pietà, la situazione si presenta particolarmente tesa.

A torto o a ragione, per la popolazione greca la figura della cancelliera incarna quell’imposizione di austerità che, materialmente, sta affamando un’intera nazione. Questa visita non viene infatti intesa come un’amichevole incitamento, forte del supporto di tutta l’Unione, che la Germania porta a Samaras (che è la vulgata con la quale viene descritta in patria e all’estero), ma come un’ulteriore pressione che viene fatta sul governo greco affinché metta in atto ulteriori tagli, necessari all’erogazione dei prossimi aiuti. Il fatto che essa cada proprio in concomitanza di un vero e proprio “ultimatum alla Grecia” pronunciato dall’Eurogruppo dovrebbe, a mio parere, allontanare ogni dubbio su quale di queste due posizioni sia maggiormente credibile. A questo proposito, vorrei evitare di perdermi in elucubrazioni di carattere meramente economico o tecnico, come troppo spesso viene fatto, e vorrei concentrarmi maggiormente sul significato politico che la situazione greca può assumere, soprattutto nei confronti di quei paesi dell’Eurozona (Spagna e Portogallo in primis) i quali, in tempi non troppo lontani, potrebbero trovarsi in una situazione pericolosamente simile a quella in cui la nazione ellenica si trova attualmente.

A mio parere, il problema della Grecia non si chiama Merkel, né Samaras, né Euro: si chiama Alba Dorata. Sotto un silenzio criminale dei mezzi di informazione internazionali, questo movimento dichiaratamente neonazista si è reso protagonista, negli ultimi tempi, di una vera e propria campagna di terrore messa in atto nelle strade delle principali città greche. Episodi come l’aggressione fisica ad avversari politici, spedizioni punitive di squadracce contro immigrati e assalto alle bancarelle gestite da stranieri avrebbero meritato un’analisi profonda, che andasse ben oltre la pubblicazione di qualche filmato o report. Se si pensa che, secondo gli ultimi sondaggi, questo movimento è la terza forza politica del paese, il dubbio che sorge spontaneo è se la cura imposta per questa crisi non rischi di rivelarsi peggiore del male. Lo stesso Samaras ha paragonato la situazione della Grecia alla Repubblica di Weimar: a parte le profonde differenze storiche dei due momenti, resta un campanello d’allarme molto preoccupante per il destino dell’Europa. Sappiamo tutti come essa ebbe fine, e quali mostri generò, suo malgrado. Il fatto è che ai piani alti delle istituzioni si sta dimenticando, a mio avviso, che simili misure di austerità si abbattono in maniera tragica sulla popolazione, senza fornire al tempo stesso alcuna garanzia sulla propria efficacia. Chiunque abbia letto gli ultimi dati Istat e le previsioni del FMI per il futuro del nostro paese, ad esempio, sa che la promessa di una ripresa economica e occupazionale è molto lontana dalla sua realizzazione, anche dopo le dolorose misure adottate dal governo Monti. L’amara verità dei fatti è che nessuno sa quando, e se, la ripresa ci sarà effettivamente.

Purtroppo, solo una cosa è sicura: quando il popolo perde potere d’acquisto e lavoro, tende a destra. Il precariato a cui siamo tutti costretti causa rabbia, che è quasi impossibile incanalare in un progetto costruttivo nei confronti della società. Nessun discorso democratico, nessun convincimento europeista potrà cambiare quella che rimane, purtroppo, un’invariante della storia politica europea. Affamare i popoli, dunque, risulta essere un azzardo troppo pericoloso, e mi chiedo se ai piani alti sappiano veramente qual’è la gravità della situazione politica dei paesi dell’Eurozona. D’altra parte sarebbe troppo aspettare che da questa classe dirigente, la quale ha sempre lavorato per annientare ogni possibile alternativa al capitalismo liberista che ne ha permesso l’arricchimento, possa giungere una proposta capace di mettere in discussione il modello di sviluppo che è stato imposto all’Europa. Viene da chiedersi che valore assuma, in un contesto simile, il termine “futuro”.

Riccardo Motti

In alto a sinistra: Merkel e Samaras, copyright befan.it; al centro, il simbolo di Alba Dorata, con un evidente richiamo alla svastica nazista; in basso a sinistra bambini della repubblica di Weimar giocano con mazzette di Marchi, copyright bessarabia.altervista.org

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