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La sfida di Syriza

Le prospettive aperte dal voto in Grecia

Il prossimo 17 Giugno si terrà in Grecia una tornata elettorale la cui importanza è fondamentale per il destino dell’Eurozona e dell’Unione Europea. I cittadini ellenici saranno chiamati nuovamente alla urne dopo che l’esito del voto dello scorso 6 Maggio non ha permesso la creazione di un governo. L’attuale scenario politico del paese è fondamentalmente diviso tra due differenti linee di pensiero riguardo al memorandum che è stato sottoscritto dal precedente governo di Papademos, fortemente voluto dalla Germania e che prevede l’impegno ad una politica interna incentrata sul rigore e sull’austerity. I due partiti Nea Dimokratia (conservatori) e  Pasok (socialdemocratici) i quali, almeno fino alle scorse elezioni, si sono divisi la storia politica della Grecia dal 1974 in poi, puntano a formare un governo di coalizione che confermi gli impegni assunti dal Paese in sede internazionale, mentre l’astro nascente della politica ellenica Syriza (coalizione di sinistra) ha dichiarato pubblicamente che non si atterrà alle misure contenute nel documento.

Qui in Germania, la stampa parla di questo voto come di un referendum sulla futura appartenenza della Grecia non solo all’Eurozona, ma anche all’Unione Europea stessa, contribuendo a creare un clima di tensione che sicuramente non aiuta a comprendere la situazione nella sua complessità. Pur avendo un certo contenuto di verità, questo modo di intendere il voto mi sembra quantomeno riduttivo. A mio parere non bisogna solamente parlare del futuro della politica greca, ma anche del suo recente passato. Chi sono in realtà questi “salvatori” a cui il popolo ellenico dovrebbe rivolgersi onde evitare una catastrofe economica che rischia di annientare il proprio futuro? In fin dei conti, sono gli stessi che con il loro malgoverno hanno dato un contributo indispensabile per portare la Grecia nella tragica situazione in cui si trova. Sono gli stessi che, hanno votato a pochi giorni dalle scorse elezioni una legge che ha attribuito loro un rimborso elettorale astronomico (29 milioni di Euro), mentre le casse dello Stato erano ancora in arretrato sui pagamenti degli aiuti sociali alla popolazione. Non occorre certo spiegare come una simile mossa non abbia certo aiutato questi partiti a convincere gli elettori a fidarsi nuovamente di loro. Stiamo parlando di due partiti che hanno un debito nei confronti delle banche pari a 250 milioni di Euro, nonostante la Grecia abbia dei rimborsi elettorali molti alti (il triplo di quelli tedeschi). Si capisce comi i greci non siano entusiasti al pensiero di mettere le delicate sorti economiche del loro Paese in mano a partiti in bancarotta, i quali non riescono nemmeno a pagare regolarmente i propri impiegati.

In questo senso, si capisce come una formazione come Syriza risulti più appetibile agli occhi dell’elettorato. oltre alla novità che il partito rappresenta rispetto alla politica nazionale, occorre notare come il punto focale della sua campagna elettorale sia il dare una speranza ai greci. Se le forze conservatrici parlano di sacrifici e austerità, prospettando scenari apocalittici in caso di mancata sottoscrizione del memorandum, il leader di sinistra Tsipras affronta la situazione in modo diverso, spiegando come questa eventualità non coincida con un necessario abbandono dell’Euro. La tesi è la seguente: la BCE e la Germania hanno un forte interesse rispetto alla permanenza della Grecia nell’Eurozona perché entrambe possiedono una ingente quantità di titoli di Stato ellenici (solo la BCE ha investimenti per 45 miliardi di Euro), che si trasformerebbero in carta straccia nel caso di un’insolvenza da parte del Paese. Dunque, nessuno si può permettere di cacciare la Grecia dalla zona Euro, anche nel caso in cui essa decida di uscire dalla crisi con altre misure, meno depressive, rispetto a quelle imposte dalla Germania.

Questa tesi ha sicuramente ragione d’essere, anche se è molto rischiosa perché prevede di lanciare una chiara sfida ai sostenitori dell’austerity, che in ogni caso hanno subito pesanti sconfitte elettorali e stanno ricevendo numerose critiche, anche da oltreoceano, a causa dell’eccessivo effetto di depressione che queste misure hanno nei confronti dell’economia reale. Anche qui in Germania la SPD ha cominciato ad alzare la voce rispetto al fiscal pact, e le borse hanno punito duramente il piano di salvataggio delle banche spagnole proprio a causa della mancata crescita dell’economia, considerata impossibile a queste condizioni. Resta dunque da vedere se il popolo greco avrà l’ardire di scegliere questa perigliosa strada indicata da Tsipras, diventando il primo paese dell’Eurozona a compire uno strappo ufficiale rispetto a quel modo di affrontare la crisi che fino a pochi mesi fa era considerato irrinunciabile.

Riccardo Motti

Al centro a destra: il leader di Syriza Tsipras, copyright maurizioacerbo.it; In basso a sinistra: Angela Merkel, copyright droppants.wordpress.com

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Hollande ha vinto

I primi dati forniti dalla stampa francese parlano chiaro. Come ci si aspettava, Hollande ha vinto le elezioni presidenziali francesi. Non c’è dunque stata la mobilitazione, ipotizzata da alcuni, degli elettori del Front National a favore di Sarkozy. D’altronde, come ho già avuto modo di spiegare, una simile prassi politica mi avrebbe enormemente stupito. Non solo per l’inimicizia storica tra la destra gollista e i nazionalisti del Front National, ma soprattuto per il ruolo che Sarkozy è venuto ad assumere all’interno dell’Unione Europea. Come avrebbero potuto gli elettori di Marine Le Pen, dichiaratamente euroscettica, dare il loro voto al presidente uscente, da sempre sostenitore della politica del rigore invocata dalla Germania?. Dato per scontato il nostro trovarci in un momento storico nel quale gli animi si lasciano influenzare fortemente, l’ipotesi una simile schizofrenia da parte degli elettori francesi era a mio parere improponibile.

Tornando ad Hollande, occore notare come sia la prima volta, da più di 30 anni, che un presidente transalpino ricandidatosi dopo il primo mandato non viene rieletto (l’ultimo era stato Giscard d’Estaing nell’81): ma quella di oggi è una giornata storica non solo per questo motivo. Il voto dei francesi ha infatti posto su uno dei seggi più influenti d’Europa un politico che ha raccolto la maggioranza dei consensi parlando di un approccio diverso alla crisi. Se Sarkozy, come detto, era l’alleato più forte che il governo tedesco avesse nell’Unione Europea, Hollande non sarà un suo sostituto in questo senso. Il motivo per il quale l’amministrazione Merkel ha compiuto delle ingerenze imbarazzanti rispetto al voto francese, ribadendo più volte il proprio aperto sostegno al candidato uscente, è infatti la manifesta ostilità del nuovo ospite dell’Eliseo nei confronti della politica di tagli e sacrifici imposta finora a tutti gli altri paesi dall’asse Parigi-Berlino. Hollande non ha mai fatto mistero di voler ampliare il tavolo, coinvolgendo anche altri paesi (su tutti Italia e Spagna) nell’ambito dei processi decisionali che saranno messi in atto nei prossimi mesi per cercare di arginare una crisi che, nelle ultime settimane, ha fatto nuovamente sentire la sua morsa sui mercati finanziari.

Il coinvolgimento di altri paesi europei nella ricerca di un piano comune, lo studio di una serie di norme che non si limitino a prevedere la privatizzazione, la precarietà e la demolizione del welfare state come pilastri irrinunciabili per il futuro dei paesi membri dell’Unione: queste sono le idee fondamentali con le quali Hollande è riuscito a far risorgere il suo partito dalle ceneri dello scandalo Strauss-Kahn. Il governo Merkel, dal canto suo, si è già rassegnato nei giorni scorsi al nuovo corso della politica francese, e si prepara ad avviare una collaborazione che, seppur sgradita, è ritenuta necessaria. Sta di fatto che il piano di austerity voluto dai tedeschi riceve oggi un’altra forte bocciatura, perdendo definitivamente quel carattere di irrinunciabilità con il quale era stato presentato. Se Hollande riuscirà a convincere i mercati della fattibilità del suo approccio alla crisi, la Germania sarà di conseguenza costretta a rivedere, almeno in parte, la posizione di forte egemonia che aveva finora assunto. Non più decisioni prese da due paesi e poi imposte agli altri, ma un dibattito a più voci che abbia come risultato una collaborazione internazionale più forte di quella vista finora. In fin dei conti, un approccio più europeo alla crisi. Fattibile? Lo sapremo presto.

Riccardo Motti

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