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La vittoria della speranza

Obama ha una seconda chance

Obama ha vinto, per la seconda volta consecutiva, le elezioni presidenziali americane. Nonostante un calo di consensi e una campagna elettorale che ha celato più insidie di quanto ci si aspettasse, dunque, il primo presidente nero della storia americana resterà al potere per i prossimi quattro anni. Qual’è l’immagine degli Stati Uniti d’America che emerge da questo voto? Oltre alla consueta differenza abissale tra gli stati del centro e del sud, storiche roccaforti repubblicane, e gli Stati che giacciono a nord est e sulle coste, a maggioranza democratica, ci sono alcune indicazioni che meritano di essere discusse.

In primo luogo, emerge incontrovertibilmente come Obama abbia vinto le elezioni grazie al voto di neri ed ispanici. Il 93% dei neri ha votato democratico, così come il 71% degli ispanici. Presso i bianchi, il candidato repubblicano Romney ha ricevuto il 61% dei consensi. Storicamente gli ispanici non votano volentieri candidati neri, a causa della cosiddetta “lotta per il primato tra le minoranze”, che vedrebbe appunto le due principali minoranze etniche del paese mettersi i bastoni tra le ruote a vicenda, invece di aiutarsi reciprocamente. D’altronde, già la prima vittoria di Obama  era stata possibile solo grazie al superamento di questa vetusta dinamica. Inoltre, è emerso come Obama abbia raccolto il maggior numero di consensi tra la popolazione con il reddito più basso, altro dato che non stupisce. Questi due fattori non significa tuttavia che sia lecito intendere la vittoria di Obama come se fosse stata ottenuta grazie ai “voti di immigrati e disoccupati” (sic!), come titolava stamattina Libero.

Mettiamoci in testa, una volta per tutte, che neri ed ispanici sono cittadini americani, spesso provenienti da nuclei familiari che vivono sul suolo americano da generazioni. Se c’è un’idea che, nel programma politico di Obama, è particolarmente convincente, è proprio quella di un’America che si lascia alle spalle il suo torbido passato di segregazione razziale, dando l’idea di una nazione all’interno della quale tutte le etnie possano collaborare per il bene comune. Un’idea romanzata quanto volete, ma che funziona bene in un paese come gli Stati Uniti, nel quale la retorica politica è sempre stata paternalistica e didascalica. Ciononostante, qui da noi c’è ancora qualcuno che, appena sente parlare di neri ed ispanici, li associa subito al concetto “immigrato”. Una visione politica degna di un cowboy texano. Stesso discorso per quanto riguarda i “disoccupati”. In realtà Obama ha saputo guadagnarsi le simpatie della classe lavoratrice, che ha contribuito in modo decisivo alla sua vittoria in uno Stato-chiave come l’Ohio, grazie alle sue politiche di protezione dell’industria dell’auto, le quali hanno salvato migliaia di posti di lavoro.

Nel complesso, l’idea che la stampa italiana di destra vuole trasmettere è errata. La vittoria di Obama non va interpretata come una “vittoria della paura”, ottenuta grazie al grande numero di disoccupati e immigrati. Piuttosto, il presidente è riuscito a convincere l’elettorato deluso dal suo primo mandato a recarsi nuovamente alle urne, concedendogli una seconda possibilità. Potremmo chiamarla una “vittoria della speranza”. Storicamente, negli Stati Uniti il secondo mandato è più importante del primo, perché senza l’obbligo di pensare ad una successiva rielezioni i presidenti hanno più possibilità di mettere in atto le proprie politiche in maniera più decisa. Ed è questo che ora si chiede ad Obama. Non sarà facile, anche perché i democratici sono in minoranza nella Camera dei Rappresentanti (192 a 232), pur mantenendo una risicata maggioranza al Senato (52 a 45). Occorre che il presidente sia lasciato libero di mettere in atto quelle politiche “rivoluzionarie” che finora sono mancate. Quella discontinuità forte con le amministrazioni precedente non c’è stata, anche se alcuni passi in avanti si sono visti.

Non sono state dichiarate nuove guerre, si è tentato di creare qualcosa di di simile ad un sistema di sanità pubblica decente, i rapporti con la Cina non sono stati inaspriti. Poco, rispetto a quanto si era detto in campagna elettorale quattro anni fa. Ma, mi sento di aggiungere, molto meglio di quanto qualsiasi repubblicano abbia mai fatto. Consideriamo per un attimo la situazione internazionale: l’america è ancora una nazione in guerra, la crisi che investe l’Europa sta investendo anche l’economia americana, la situazione in Medio Oriente potrebbe portare ad un escalation di violenza difficilmente controllabile, si potrebbe arrivare ad una guerra aperta tra Israele e L’Iran. Con un simile scenario, l’idea di avere un mediocre conservatore mormone a ricoprire la carica di uomo più potente del mondo era un’ipotesi quantomeno agghiacciante.

Riccardo Motti

In alto a sinistra: l’America politica. In rosso gli Stati repubblicani, in blu quelli democratici. fonte: Huffington Post; in basso a destra: il celebre poster di Shepard Fairey. Fonte dei dati: CNN

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La Germania e il Nobel per la pace

Le contraddizioni tra la prassi politica tedesca e l’assegnazione

Il comitato norvegese ha assegnato il premio Nobel per la pace all’Unione Europea. E c’è chi si è indignato. Alcuni pongono l’accento sul numero impressionante di conflitti che si è registrato, nel corso degli ultimi decenni, ai suoi confini; altri fanno notare il ruolo militare che numerose nazioni che ne fanno parte hanno svolto nell’ambito di guerre “sporche” come quella in Iraq e nella Ex-Iugoslavia; altri ancora segnalano l’escalation di violenza e tensioni sociali che la sua crisi sta causando. Sono tutte motivazioni condivisibili, alle quali c’è ben poco da opporre. Ma se si pensa che l’hanno dato anche a Kissinger nel ’73 (In quanto negoziatore di pace dopo la guerra del Vietnam. Almeno il suo corrispettivo vietnamita, Le Duc Tho, ebbe il buon gusto di rifiutarlo) e a Obama nel 2011 (“per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e cooperazione tra i popoli”. Devo essermi distratto, me li sono persi), mi sembra di poter dire che stiamo migliorando nettamente.

A parte gli scherzi, la scelta è infelice. Soprattutto qui in Germania, vista l’aria che tira. Vi ricordate quell’articolo che avevo scritto un pò di tempo fa riguardo alle condizioni dei rifugiati politici? Vi raccontavo come la Corte Costituzionale tedesca avesse messo nero su bianco come il trattamento economico che veniva loro garantito fosse “disumano”, imponendo al parlamento un adeguamento pari all’Hartz IV, ovvero il sussidio di disoccupazione. Proprio quella sentenza è stata utilizzata, poche ore prima dell’assegnazione del Nobel, dal Ministro dell’Interno tedesco Hans-Peter Friedrich (CSU, sezione cattolica della CDU) per giustificare la sua richiesta inaudita di bloccare la libertà di viaggio all’interno dell’Unione da parte dei cittadini di Serbia e Montenegro.

Il fatto è che, nel corso dell’ultimo anno, la cifra di cittadini serbi e montenegrini che hanno chiesto l’asilo politico in Germania è aumentata di oltre il 60%. Si tratta principalmente di individui di etnia Rom, i quali sono costretti a fuggire dai paesi in cui abitano a causa delle discriminazioni (sulle quali esiste ampia documentazione) di cui sono oggetto, nell’indifferenza più completa dei governi di questi due paesi. Se guardiamo le cifre, ci possiamo rendere conto dell’entità reale della questione: a Settembre 2012 il numero dei richiedenti asilo era di 1395 serbi e 1040 macedoni. Per la cronaca, la Turchia ha accolto circa 80 000 profughi dall’inizio del conflitto in Siria. Tuttavia, la destra cattolica tedesca ed il governo Merkel hanno reagito in modo spropositato alla pubblicazione di questi dati, arrivando a proporre un “divieto di lavoro” per i richiedenti asilo. Occorrerebbe infatti “bloccare al più presto” quello che viene descritto come un “flusso massiccio” di rifugiati, i quali verrebbero in Germania a causa delle “favorevoli condizioni economiche” che il suddetto innalzamento dei sussidi dedicati a queste persone avrebbe scatenato. Si tratterebbe dunque di un “abuso dell’asilo politico”, quindi della generosità teutonica. Il Ministro dell’Interno, d’accordo con il compagno di partito Wolfgang Bosbach (CDU), ha quindi pensato bene di lanciare un vero e proprio allarme nazionale, auspicando una revisione radicale della libertà concessa ai cittadini di Serbia e Montenegro a viaggiare liberamente nell’Unione Europea. Se non possono viaggiare, non possono raggiungere la Germania. Se non raggiungono la Germania, non possono chiedere asilo politico. Sobrio pragmatismo tedesco.

Questa proposta, lungi da essere una semplice caduta di stile o esagerazione, è invece un esempio lampante di quello che Stephan Hebel definisce sulle colonne del Frankfurter Rundschau il “nazional-egoismo” tipico del governo Merkel, il quale rischia di rendere la crisi irrisolvibile, dopo averla creata con il rifiuto dell’erogazioni di aiuti tempestivi alla Grecia. A mio avviso si tratta di un limite fondamentale che la Germania presenta, e che rende poco credibile il suo presentarsi come faro, a cui tutta l’unione si dovrebbe ispirare. Ma la politica non è fatta solo di economia e bilanci, e il rispetto di chi fugge da una situazione discriminatoria dovrebbe essere un valore irrinunciabile per ciascuna nazione che voglia dirsi democratica. Se no che senso ha la stessa idea di Europa? A cosa servono le belle parole e i discorsi fatti in questi ultimi mesi sull’aiuto reciproco e la cooperazione?Viene quasi da pensare che la vera ragione per la quale non si vede ancora una possibile soluzione della crisi sia da ricercarsi dietro le sbarre dei centri di contenimento nei quali i (pochi) rifugiati politici sono costretti a vivere qui in Germania, piuttosto che negli Spread tra i titoli sovrani degli Stati.

In questo senso, ogni tipo di festeggiamento per questo premio è veramente di cattivo gusto.

Riccardo Motti

In alto a sinistra: Bush figlio e Kissinger, copyright Informarexresistere.fr; al centro: il Ministro dell’Interno tedesco Hans-Peter Friedrich, copyright Pohdiaries.com.

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