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La mistificazione di massa

Il mio primo libro pubblicato da Mimesis

I mezzi di comunicazione di massa ricoprono, ormai da diversi decenni, un ruolo sempre più importante all’interno della società contemporanea. Siamo costantemente a contatto con l’immagine che il capitalismo contemporaneo fornisce di sé. In seguito all’avvento delle cosiddette “nuove tecnologie” e alla rivoluzione di internet, i confini tra la realtà virtuale e quella materiale tendono a sfumarsi, trasformando il presente in un gigantesco reality show. Ci troviamo all’interno di una società nella quale i legami interpersonali risultano spezzati, siamo parti di monadi isolate che si guardano nella metro, sono imbottigliate nel traffico, sono l’una accanto all’altra ma non si parlano, non interagiscono. Come siamo arrivati a questo punto? Dov’è l’origine di questo processo? Sono le domande fondamentali che hanno stimolato la mia ricerca filosofica, il cui esito si è concretizzato nel volume “La mistificazione di massa” appena pubblicato da Mimesis.

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In particolare, essa prende le mosse da quel tentativo che vide la propria realizzazione nella Scuola di Francoforte, a cavallo tra le due guerre: ripensare radicalmente il marxismo, una volta constatato il completo fallimento del socialismo reale. La rivoluzione fallita in Germania, con il successivo avvento del nazismo, e la rivoluzione tradita in Russia, dove il terrore stalinista liquidò di fatto ogni speranza di emancipazione dell’umanità dal capitalismo che non sfociasse a sua volta nella barbarie, convinsero questi studiosi provenienti da campi diversi (sociologia, filosofia e psicologia solo per citarne alcuni) della necessità di un approccio nuovo, che fosse capace di fornire come esito una teoria critica della società.

Tra di loro, la voce del tedesco T.W. Adorno si rivelò essere una tra le più notevoli, considerando gli sviluppi successivi della società. Esule in America, egli ebbe l’incredibile possibilità di vedere la nascita delle pubbliche relazioni e di quell’apparato che descrisse con la definizione, diventata storica, di “industria culturale”. Con essa si intende il modo in cui l’ordine costituito applica alla produzione artistica dinamiche tipiche di quella industriale. Se nella cultura, da sempre, il germe della resistenza e dell’alterità aveva avuto la possibilità di crescere, Adorno notò come esso fosse diventato oggetto di liquidazione, attraverso un abile inganno.

Da una parte, il tardo-capitalismo garantisce una libertà di facciata a ogni produzione artistica e, più in generale, a ogni prodotto che si definisca “alternativo al sistema”, dall’altra fa in modo che proprio quel contenuto di alterità sia oggetto di neutralizzazione preventiva. Il metodo attraverso il quale viene raggiunto è descritto esaustivamente nella seconda delle tre sezioni nelle quali il libro è diviso, che consiste in una dettagliata analisi del metodo di funzionamento della mistificazione operata dai mass media.

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Si tratta quindi di un (ennesimo) tentativo di mostrare quanto Adorno sia stato “profetico” nel prevedere la conformazione e il funzionamento dei mezzi di comunicazione contemporanei? Niente di più sbagliato. Lungi dall’essere un tentativo, tanto posticcio quanto anti-adorniano, di “applicare” le teorie del filosofo alla società contemporanea, il mio libro vuole essere un impulso concreto al risveglio delle coscienze in senso critico. Non limito a descrivere semplicemente il modo in cui la realtà del dominio viene oscurata, in quello che sarebbe un ridicolo e apologetico pavoneggiarsi, ma punto a suscitare una reazione nel lettore, destandolo dal “sonno dogmatico” nel quale viene costantemente cullato.

E’ mia ferma convinzione che la filosofia abbia il compito storico di lavorare affinché il mondo sia luogo di trionfo della ragione, non della barbarie. Chiunque si sottragga a questo tentativo è complice. E se, come afferma il professor Giangiorgio Pasqualotto (senza il sostegno del quale il mio saggio non avrebbe mai visto la luce) nella sua prefazione, ci sarà da soccombere, che almeno si soccomba consapevoli. Inoltre, conoscere il nemico significa avere una carta in più da giocare contro di esso, sebbene la constatazione della sua forza mostruosa lasci poco spazio alla speranza. Il fatto è che non basta indignarsi per cambiare il corso della storia, né essere abili nell’uso dei social network per fondare una nuova prassi politica. Solo lavorando dall’interno si può ottenere un risultato, se tutto ciò che si dichiara antagonista viene liquidato a priori. In questo senso, il mio libro vuole essere didattico, senza mai dimenticare l’avvertenza di Nietzsche: “Chi lotta con i mostri, badi a non diventare un mostro a sua volta. E se guardi a lungo dentro un abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te”.

Buona lettura

Riccardo Motti

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I mostri e l’abisso

Gli scatti di Diane Arbus esposti a Berlino

Ieri sera è stata inaugurata al Martin Gropius Bau, a due passi dalle luci di Postdamer Platz, una mostra dedicata alle opere della fotografa americana di origine russa Diane Arbus. Organizzata dalla galleria francese Jeu de Paume, in collaborazione con la Estate of Diane Arbus LCC di New York e Foam Photography Museum di Amsterdam, la mostra è una raccolta di 200 fotografie scelte tra i suoi lavori più riusciti, affiancate per l’occasione da alcuni inediti. Si è optato per un’insatallazione volutamente povera, che si limita ad esporre le opere senza alcuna descrizione, contraddistinte esclusivamente dal titolo che la Arbus ha scelto per loro.

La scelta è felice, perchè permette alle fotografie di emergere nella loro originale durezza. In un rigoroso bianco e nero, le figure emergono dallo sfondo e ti colpisono dritto al cuore, che non può restare indifferente davanti ad una simile inadeguatezza. “La fotografa dei mostri”, così Diane Arbus è stata ingiustamente nominata da quel mainstream culturale sempre alla ricerca di una formula ad effetto, la quale spesso non ha nulla a che vedere con il contenuto che si vorrebbe veicolare. Vero, i soggetti delle fotografie sono spesso dei freaks, che per una ragione o per l’altra stanno al di fuori di ciò che la società americana degli anni ’60 giudicava come “normale”. Artisti del circo, persone affette da nanismo o deformi, personaggi peculiari e travestiti sono infatti tra i soggetti preferiti dell’artista. Ma affianco a questi si possono trovare coppie, bambini, famiglie della media borghesia, attivisti politici che si preparano ad una manifestazione repubblicana. L’umanità in quanto tale è il soggetto della Arbus, che non ricade mai in quella sorta di voyerismo compiaiuto della diversità che l’infelice definizione sembrerebbe suggerire.

Quello che le sue fotografie testimoniano è una ricerca affannosa dell’impulso vitale, in tutte le forme in cui esso si presenta nella società del suo tempo. Il fatto che esso si manifesti soprattutto, ma non solo, in soggetti che ne stanno ai margini non fa altro che far risplendere l’intento della Arbus nella sua genuina spontaneità. Non c’è un singolo scatto che lasci indifferente: quei volti colpisono come un pugno nello stomaco ogni osservatore che sia abbastanza attento per cogliere il contrasto tra quella tensione alla vita e l’impulso alla morte scritto sulla massa di volti indifferenti che popola le nostre città ogni giorno, ogni ora.

Se i lavori della Arbus non spiccano, a mio parere, per abilità tecnica, sono al contrario stupefacenti per quanto riguarda l’intensità che ne traspare, che mostra l’assurdità degli schemi di pensiero imposti arbitrariamente dalla società. Essa sta cercando l’essenza più nasosta dell’impulso dionisiaco alla vita. Non stupisce sapere che Diane non si limitasse a rubare scatti a queste persone, ma instaurasse un rapporto personale, cercando di comprendere la loro maniera di osservare quel mondo che spesso li faceva sentire diversi, non li riteneva degni di essere considerate persone “normali”.

Non voglio reiterare la solita lezioncina, spesso spiacevolmente moralistica, che spiega come ciò che è “normale” venga sempre stabilito mediante un atto di oppressione, il quale vede una maggioranza decidere per una minoranza. Tuttavia, non posso evitare di notare come il lavoro della Arbus sia un manifesto vivente contro la discriminazione, fatto di sguardi e sorrisi, che risulta ancora più commovente se si pensa alla tragedia dell’artista che ha voluto regalarcelo, suicida forse perchè stanca di vivere in un mondo popolato da mostri. D’altronde, come ci insegna Nietzsche, “chi lotta con i mostri badi a non diventare mostro a sua volta. E, se guardi a lungo dentro l’abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te”.

Riccardo Motti

In alto a sinistra: Diane Arbus, copyright erintapscott.tumblr.com; al centro: un travestito, copyright Maggiejeans.com; in basso a sinistra: patriotic, copyright copypasteculture.com

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Esplorare l’intreccio tra il vizio e la virtù

E’ possibile, al giorno d’oggi, parlare di etica? Il filosofo Martin Seel, profesore dell’università Goethe di Francoforte, tenta di affrontare questo tema nel libro 111 Tugenden 111 Laster (“111 virtù, 111 vizi”, Fischer, pp.288, € 18,95), diviso appunto in 111 aforismi, seguiti da una sezione teorico-programmatica. Questa struttura asistematica rimanda ad una tradizione che vede nei Minima moralia di T.W.Adorno il suo più illustre precedente e sta in un rapporto di filiazione diretta con la rivoluzione operata da Friedrich Nietzsche. Egli mostrò l’inattualità della concezione che riduceva la morale ad una semplicistica opposizione tra bene e male. La trasvalutazione dei valori che ne conseguì rese necessaria una nuova forma di trattazione, che tenesse conto dell’angoscia derivante da tale frattura.

Nel libro di Seel la disposizione degli aforismi ha un ritmo nel quale “appare in rapida successione una serie di virtù e di vizi che costantemente si avvicinano e si allontanano”. L’autore dimostra come ciascuno stato, sentimento o carattere da lui trattato non si trovi in un rapporto di contrapposizione totale rispetto a ciò che viene considerato il suo contrario, ma rechi in sè la propria antitesi. Così l’individuo affabile, che “in società sa combinare abilmente  la compiacenza con il distacco”, mostra il suo lato oscuro quando viene meno il riparo dell’alterità, e scopre di essere anch’egli “uno di quei disperati che dipendono dalla droga della costante evasione da sè stessi”. Così il cinico, che attraverso l’uso della parola “mina le pompose affermazioni della teoria e della politica” perde la sua aura di rigore morale una volta notato che “questa avversione può essere efficace solamente se il cinico non si batte dalla parte del potere”. Basta un cambiamento della situazione materiale, oppure un’errata intensità del sentire, perchè una figura virtuosa sveli il lato nascosto della sua natura.

Il discorso di Seel si sviluppa nel senso di un ritorno al significato originale del la filosofia, alla meraviglia che “precipita l’uomo nel dubbio” e lo incoraggia a porsi domande rispetto al propio agire. Come si legge nell’introduzione : “Da questa meraviglia si determina il desiderio di chiarezza, la brama di esplorare quelle realtà intrecciate tra loro all’interno delle quali si dischiudono a noi le vie della comprensione”.

Qui emerge il richiamo di Seel ad Aristotele, non come maestro a cui ritornare, ma come ispiratore che possa guidare un tentativo di ricomporre la frattura nietzschiana, che corrisponde ad un nuovo momento costitutivo dell’etica, nel quale l’occhio scruta con stupore ed angoscia il vuoto vhre la scomparsa di Dio ha lasciato, precipitando l’uomo nel dubbio.

Riccardo Motti

Pubblicato a pagina 8 de “La Lettura (Inserto culturale del Corriere della Sera) di Domenica 28 Febbraio 2012, riproduzione riservata.

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