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France, Greece, Europe: wind of change?

The general elections held yesterday in France and Greece are significant not only in relation to the new political landscape that will now occur in those countries, they are very important for the European Union’s future too.

In France, the triumph of Hollande means a deep change of the French role inside the Community. If Sarkozy has always been Merkel’s first ally, dictating to other countries the policies they were expected to enterprise in order to face the international finance crisis, Hollande’s opinion is quite different. Since the very beginning of his election campaign, he said that his idea of reacting against the crisis is based on a necessary collaboration not only with Germany, but also with countries like Spain and Italy, that were not really involved in the decision procedures until now. Moreover, the new Elysée’s guest has a new approach towards the economical measures that must be adopted in order to stop the rising unemployment and, at the same time, to give a believable answer to people’s request for a bigger buying power and better living conditions. The austerity plan imposed by Germany is based on uncontrolled liberalisations, big cuts to the welfare state, a protraction of retiremen age and the revocation of important worker’s rights. Hollande, on the contrary, has won the elections by saying that this kind of policy cannot be accepted as the only possible strategy to seek a way out of the crisis: his rescue package includes the creations of jobs, a block of the maximum pensionable age (60 years) and, in a general sense, the defense of worker’s rights. Is this proposal realistic? We are going to find it out in a close future. In this regard, one thing is for sure: a failure would mean a big risk for Europe’s political stability. The astonishing success that Marie Le Pen’s National Front has had in the first turn is a clear signal of how much such an Euroskeptic and neo-nationalistic propaganda can be tempting for a big share of the electorate.

For the same reason, we ought to observe very carefully what’s going on in Greece: yesterday’s results are in fact pretty clear. In a country that has been dramatically hit by the economical crisis, all the parties who formed the past caretaker government have been the victims of a strong elector’s disaffection. The two main Greek parties, Nea Dimokratia (right-wing, 20%) and Pasok (left-wing, 13,2%) are not able to form a coalition because of the huge loss of votes they had to face. A third member is needed, that according to Greek observers is nowhere to be found: the only party that could be appropriate in this sense, Dimar (Left-wing, 6,1%), has already made clear that is not going to be involved. Starting from today Nea Dimokratia, first Greek party, has a three-day deadline to form the coalition. If this attempt will fail, the second Greek party is going to have his own chance. And here comes a big surprise. The real winner of this elections is in fact Syriza (16,76%), an array of radical left and green groups. “Merkel should worry and Europe should hope in us”, so the leader Alexis Tsipras during an interview with “The Observer”. Why should Merkel worry? First of all, because this party gained such a result by following and inciting a strong popular opposition against the politics of austerity, wanted by Germany and implemented by the caretaker government. Greece voted against the old political establishment, considered guilty of the economical collapse and, even worse, entirely dominated by Merkel’s government.

"Seastorm" by Roger Schmidt

This sounds like a strong warning for Italian politics too: even though the situation of the two countries is not comparable, some similarities should not be ignored. Monti’s caretaker government is in fact losing public consent day after day, and society is showing a big disaffection towards the parties that decided to take part in it. Moreover, a large decline is still affecting Italian economy, and the request of social equity and sustainable development, similar to the Greek’s one, is clearly rising.

It seems like a wind of change is blowing in the sails of the vessel “Europe”, a wind who speaks of hope and social justice. It remains to be seen whether it will be able to bring the ship in safe waters or nationalism and anti-Europeanism will rock the boat.

Riccardo Motti

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Hollande ha vinto

I primi dati forniti dalla stampa francese parlano chiaro. Come ci si aspettava, Hollande ha vinto le elezioni presidenziali francesi. Non c’è dunque stata la mobilitazione, ipotizzata da alcuni, degli elettori del Front National a favore di Sarkozy. D’altronde, come ho già avuto modo di spiegare, una simile prassi politica mi avrebbe enormemente stupito. Non solo per l’inimicizia storica tra la destra gollista e i nazionalisti del Front National, ma soprattuto per il ruolo che Sarkozy è venuto ad assumere all’interno dell’Unione Europea. Come avrebbero potuto gli elettori di Marine Le Pen, dichiaratamente euroscettica, dare il loro voto al presidente uscente, da sempre sostenitore della politica del rigore invocata dalla Germania?. Dato per scontato il nostro trovarci in un momento storico nel quale gli animi si lasciano influenzare fortemente, l’ipotesi una simile schizofrenia da parte degli elettori francesi era a mio parere improponibile.

Tornando ad Hollande, occore notare come sia la prima volta, da più di 30 anni, che un presidente transalpino ricandidatosi dopo il primo mandato non viene rieletto (l’ultimo era stato Giscard d’Estaing nell’81): ma quella di oggi è una giornata storica non solo per questo motivo. Il voto dei francesi ha infatti posto su uno dei seggi più influenti d’Europa un politico che ha raccolto la maggioranza dei consensi parlando di un approccio diverso alla crisi. Se Sarkozy, come detto, era l’alleato più forte che il governo tedesco avesse nell’Unione Europea, Hollande non sarà un suo sostituto in questo senso. Il motivo per il quale l’amministrazione Merkel ha compiuto delle ingerenze imbarazzanti rispetto al voto francese, ribadendo più volte il proprio aperto sostegno al candidato uscente, è infatti la manifesta ostilità del nuovo ospite dell’Eliseo nei confronti della politica di tagli e sacrifici imposta finora a tutti gli altri paesi dall’asse Parigi-Berlino. Hollande non ha mai fatto mistero di voler ampliare il tavolo, coinvolgendo anche altri paesi (su tutti Italia e Spagna) nell’ambito dei processi decisionali che saranno messi in atto nei prossimi mesi per cercare di arginare una crisi che, nelle ultime settimane, ha fatto nuovamente sentire la sua morsa sui mercati finanziari.

Il coinvolgimento di altri paesi europei nella ricerca di un piano comune, lo studio di una serie di norme che non si limitino a prevedere la privatizzazione, la precarietà e la demolizione del welfare state come pilastri irrinunciabili per il futuro dei paesi membri dell’Unione: queste sono le idee fondamentali con le quali Hollande è riuscito a far risorgere il suo partito dalle ceneri dello scandalo Strauss-Kahn. Il governo Merkel, dal canto suo, si è già rassegnato nei giorni scorsi al nuovo corso della politica francese, e si prepara ad avviare una collaborazione che, seppur sgradita, è ritenuta necessaria. Sta di fatto che il piano di austerity voluto dai tedeschi riceve oggi un’altra forte bocciatura, perdendo definitivamente quel carattere di irrinunciabilità con il quale era stato presentato. Se Hollande riuscirà a convincere i mercati della fattibilità del suo approccio alla crisi, la Germania sarà di conseguenza costretta a rivedere, almeno in parte, la posizione di forte egemonia che aveva finora assunto. Non più decisioni prese da due paesi e poi imposte agli altri, ma un dibattito a più voci che abbia come risultato una collaborazione internazionale più forte di quella vista finora. In fin dei conti, un approccio più europeo alla crisi. Fattibile? Lo sapremo presto.

Riccardo Motti

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Bund, BTP e Spread

Ormai da molti mesi, sentiamo parlare ogni giorno della crescita o diminuzone dello spread, il cui punteggio ormai affianca i dati inerenti ai mercati azionari. Tuttavia, parlando con parenti e conoscenti sia qui che in Italia, mi sono reso conto che in non c’è una conoscenza diffusa di cosa, in effetti, si naconda sotto questa mole di dati, numeri e grafici. Proviamo a fare un pò di chiarezza.

I Bund e i BTP sono titoli di Stato, emessi dal Ministero dell’Economia, i quali consentono al cittadino di fare un investimento che, di norma, è ritenuto più sicuro di un qualsiasi investimento standard compiuto nel mercato azionario. La prima cosa da notare è che questi strumenti finanziari hanno una durata variabile. I BTP (Buoni del Tesoro Poliennali) possono avere una durata di 3,5,10,15 e 30 anni, mentre i Bund (Bundesanleihen) valgono 10 o 30 anni. Al momento dell’acquisto si accetta un rendimento annuale, che rimane fisso fino alla scadenza. La remunerazione avviene tramite una cedola semestrale e, al momento della scadenza, con lo scarto di emissione. Cosa significa? Semplificando: se ho acquistato una certa quantità di BTP vengo remunerato ogni 6 mesi, in base al tasso di interesse stabilito al momento dell’acquisto. Poi, al momento della scadenza o della vendita, si calcola la differenza tra il valore che il titolo ha in quel momento rispetto a quello che aveva al momento dell’acquisto. Il motivo per il quale essi siano considerati sicuri è abbastanza intuitivo: la probabilità che uno Stato paghi il dovuto è più alta rispetto alla possibilità che qualsiasi azienda privata faccia lo stesso.

Qui arriviamo al punto. Ci sentiamo ripetere ogni giorno che lo spread è termometro della fiducia degli azionisti, i quali speculano sulla possibilità o meno che questo o quello Stato dell’Unione Europea riesca a pagare i propri investitori. Se la differenza in punti tra il redimento di un BTP 10 anni e quello di un Bund della stessa durata è troppo alto, si dice che gli investitori “non hanno fiducia nell’Italia”. Ma questo è vero fino ad un certo punto, perchè una differenza è il risultato di una operazione che prevede almeno due fattori. Nello specifico, lo spread può essere elevato non solo perchè i BTP emessi dall’Italia rendono molto, ma anche perchè (notizia di ieri) i Bund tedeschi non hanno mai reso così poco. Più che una sfiducia immotivata degli azionisti nei confronti dell’Italia, io vedo piuttosto una fiducia spropositata degli stessi nei confronti della solidità dell’economia tedesca. E’ vero che essa ha resistito meglio delle altre alla crisi che ha investito il mercato finanaziario, ma non dimentichiamo che essa è fondamentalmente basata sull’esportazione. Una contrazione del mercato globale, una diminuzione della ricchezza ed un blocco del consumo non potranno che causare, a medio termine, l’estendersi della crisi alla finanza tedesca. Non lo dico per fare del facile disfattismo, ma per mettere in chiaro come la soluzione non possa prescindere da una comunione di intenti che attraversi trasversalmente tutta l’Unione Europea. Il discorso sullo spread non mi piace perchè è funzionale alla creazione dell’idea che ci sia un’Europa “a due velocità”, paesi buoni e paesi cattivi.

Questa è una favola che in fin dei conti non fa dormire sonni tranquilli, perchè alimenta idee neo-nazionalistiche e anti-europeiste, delle quali Marie Le Pen è emblema. E’ vero che le regole devono essere rispettate ugualmente da tutti i paesi membri, e che ci sono nazioni con economie intrinsecamente più deboli, ma l’Europa ha come compito la composizione di questa frattura, non la sua esasperazione. Se si insiste sulla differenza tra i paesi, se si usa lo spread per costringere governi deboli ad imporre misure inique e draconiane, si ottiene un effetto deleterio e pericoloso per il futuro dell’Unione. Dovremmo incominciare a far capire ai cittadini che se l’economia europea crolla, anche quella tedesca sarà travolta. Se si naufraga, si affonda tutti assieme: sarebbe ora di smettere di far credere alla gente che esistano appigli sicuri, e cominciare a parlare di una soluzione che preveda un cambiamento profondo dell’economia mondiale, la quale sta dimostrando di non poter essere in alcun modo salvata mediante privatizzazioni indiscrimante, contratti precari e tagli alle pensioni.

Riccardo Motti

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