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Quando i voti scrivono la storia

Il futuro dell’Europa nelle urne elettorali di Irlanda e Grecia

L’Irlanda ha deciso. Il risultato dell’atteso referendum del 1 Giugno scorso non ha lasciato dubbi a proposito. Con una schiacciante maggioranza, i cittadini irlandesi hanno detto “si” al Fiscal Compact voluto dalla Germania e dagli altri paesi dell’eurozona, necessario per l’erogazione degli aiuti economici indispensabili per salvare il paese dalla bancarotta in cui il sistema bancario l’ha trascinato.

Si tratta di un segnale importante, perchè proviene da una nazione che, da sempre, è stata molto scettica nei confronti delle politiche comunitarie (nel 2008 furono necessari due referendum per ratificare il Trattato di Lisbona), all’interno della quale il potere dei partiti euroscettici sembrava capace di influenzare una larga parte dell’elettorato. Così non è stato. In quella che Hugo Brady ha giustamente definito “una scelta tra rabbia e paura“, ha dunque trionfato la paura. Il timore che ha portato gli elettori, i quali nei giorni scorsi si erano dichiarati indecisi, a votare a favore della ratifica è stato principalmente quello, fondato, di vedere l’Irlanda costretta ad abbandonare l’eurozona, incapace di rispettare i propri obblighi economici. Sia i partiti moderati, favorevoli al si, sia quelli più estremisti, ultras del no, non hanno infatti esitato a presentare questa votazione come un referendum sul futuro europeo del paese, che dall’inizio della crisi si trova in una situazione particolarmente difficile a causa dell’insolvenza dei suoi principali istituti bancari. Nonostante le pesanti ripercussioni che il Fiscal Pact avrà sulla società irlabdese, dunque, la popolazione ha preferito accetare la medicazione proposta, seppur amara e dalla dubbia efficacia, piuttosto che assumersi la responsabilità storica di un abbandono dell’Euro da parte del paese, che di conseguenza si sarebbe trovato a dover affrontare da solo la difficile situazione economica contemporanea.

Qui in Germania si pensa che l’esito di questa votazione possa influenzare direttamente il voto che si terrà tra due settimane in Grecia (il 17 Giugno), cruciale per capire il futuro posizionamento del paese sulla scacchiera europea. Finora, i sondaggi non ci hanno fornito alcuna indicazione valida riguardo al suo possibile esito: la grande confusione politica che vige nel paese viene rispecchiata dalla notevole volatilità delle intenzioni di voto dei cittadini che si recheranno alle urne. A questo proposito, va notato una forte presa di posizione da parte di Tsipras, leader di Syriza, partito di sinistra che è stata la vera rivelazione delle scorse elezioni. Se durante la scorsa campagna elettorale non aveva manifestato una chiara intenzione rispetto ad un eventuale abbandono della moneta unica, negli scorsi giorni ha messo in chiaro che, nel caso sia eletto, annullerà il memorandum redatto dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale. Sebbene Tsipras abbia dichiarato di ritenere possibile una permanenza della Grecia nella zona Euro, sembra obbiettivamente impraticabile che l’annullamento del memorandum eviti l’insolvenza già a partire da Giugno, costringendo di fatto la Grecia a ritornare alla Dracma per poter pagare gli stipendi dei dipendenti statali. Questo scenario, pur non essendo una tragedia in sè, non sarebbe certo di buon auspicio per le economie degli altri paesi in difficoltà (su tutti la Spagna, che la scorsa settimana è stata la vittima sacrificale del mercato azionario): come abbiamo già avuto modo di dire, l’Euro è un segnale politico più che un indispensabile strumento finanziario. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che la BCE ha circa 45 miliardi di Euro investiti nei titoli di stato greci, che in caso di insolvenza si tramuterebbero in carta straccia. Per questo, i banchieri della Banca Centrale Europea hanno chiesto che il fondo di salvataggio copra il debito della Grecia anche nel caso in cui questa scelga di risolvere i suoi contratti dopo l’esito del voto.

Visto l’esito del referendum in Irlanda, sembra naturale pensare che dichiarazioni simili a quelle rilasciate da Tsipras non potreranno acqua al suo mulino, ma rafforzeranno i partiti moderati, favorevoli al memorandum. Un’incognita in questo senso potrebbe essere la sostanziale differenza tra la situazione sociale irlandese e quella greca, che ha già dimostrato la sua indisponibilità nei confronti di ulteriori politiche di austerity imposte dall’Euroap. Sta di fatto che, nonostante il messaggio tutto sommato positivo che proviene dall’Irlanda, che sceglie di cercare una soluzione comune, rimangono i dubbi su come una serie di misure così depressive nei confronti dell’economia possano favorire una crescita economica che, a questo punto, non è più procrastinabile.

Riccardo Motti

In alto a destra: risultati del referendum in Irlanda, copyright electoralgeography.com; al centro a destra: Alexis Tsipras, copyright wikipedia; in basso a sinistra: elezioni in Grecia, copyright scrapetv.com

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A decision between fear and rage

Why today’s Irish European Fiscal Pact referendum should be carefully observed

During the past weeks, we have seen two important signals which European citizens have given to their governments: in France, Hollande’s victory  is a clear sign of the will of change that strongly spread throughout the country, asking for more social justice and a stronger welfare state.

In Greece, the rising of the parties who declared themselves against the fiscal pact wanted by Germany made the creation of a new government unfeasible. These two political occurrences have been correctly interpreted as a wind of change that begun to blow on the European political scenario: the citizens demand a new approach towards the crisis, different from the one that both Chancellor Merkel and former French President Sarkozy presented as the only possible way out.

Today (31st May 2012), another important decision has to be taken: Ireland will decide whether to ratify the European Fiscal Compact or not. Irish government, following advice from the Attorney General, has decided to hold a referendum on this point, and it is a only case in Europe. In these hours, Irish citizens are taking a decision which appears to be fundamental for the future economic and political balance inside the Union. An agreement on the Compact would mean a strong comeback of Ireland’s will to remain a permanent member of the Union, after the decision not to ratify the Lisbon pact in 2008. Moreover, it would be a little help for Merkel’s austerity plan, which has been weakened by the the results in Greece and France.

Avoiding to draw dangerous comparisons, we should nevertheless notice how the Irish economic situation is close to the one that occurred in Greece some months ago. The country can survive thanks to the 85 billion Euro bailout loans, allocated by the European Stability Fund after the main banks went bankrupt. According to the Irish observers, these similarity will bring the “Yes” supporters to victory. Hugo Brady, Irland-Expert of the Centre for European Reform, has stated that the referendum is “a decision between fear and rage”. This means that, even though a considerable amount of Irish citizens is angry towards the new fiscal measures that the austerity plan will imply, the fear of being involved in a downward spiral similar to the one that brought Greece on the verge of ruin is even stronger.

According to the latest polls, the 39% of the citizens is going to vote “Yes”, the 30% “No”, the 22% is still undecided. We know that in these times the voters’ mood can be highly fickle: that’s why it is not possible to hazard a prevision. My personal opinion is that Irish citizen will decide to ratify the Fiscal Compact, and fear will defeat rage. The main reason is that a possible “No” would not be seen as a request for a different way out of the crisis, like in Greece and France, but as a motion of no confidence towards the Irish future in Europe: but right now Irish people know how much they need the European support in order to survive.

Riccardo Motti

Update 03/06/2012: the “Yes” has won with a wide margin

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