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Il buio dei viali

“Matteo lavora a Londra/ Alberto è andato in Spagna/ Riccardo vive a Kreuzberg[…]/ siamo rimasti in tre/ insieme al buio dei viali”. Così recita l’incipit di una bella canzone dei Divisione Syphon, che descrive la situazione di chi ha scelto di restare a vivere nella città in cui è nato, e vede i propri amici andarsene. Cosa c’è dietro questa dinamica, al giorno d’oggi sempre più diffusa? Perché i giovani italiani vogliono lasciare il paese?

Si sente spesso dire che bisogna investire sui giovani, cambiare il mercato del lavoro, stanziare più fondi per la ricerca ed incoraggiare i giovani imprenditori con leggi adeguate. Tutte queste proposte rappresentano una maniera possibile di porre un rimedio alla fuga di massa a cui stiamo assistendo. Tuttavia, credo che pensare la questione esclusivamente in questi termini sia una dannosa semplificazione. Nello specifico, non sono affatto convinto che il problema sia la cosiddetta “fuga di cervelli”: è normale che uno specialista si trasferisca in un paese dove c’è un centro specializzato. Il fatto è che la maggior parte degli italiani all’estero fa lo stesso lavoro che farebbe in Italia, solo che sceglie di stare in un luogo dove si vive meglio.

E’ sbagliato ridurre tutta la vita dei ragazzi alla brutale realtà economica-retributiva: non dovremmo dimenticare che in primo luogo, dalla mattina alla sera e ogni giorno dell’anno, essi vivono la propria città. Sarebbe opportuno chiederci quale sia effettivamente la qualità della vita al giorno d’oggi in Italia, e come questo possa influire sulla voglia di molti giovani di lasciare il paese. Non credo di peccare di qualunquismo se affermo che nel nostro paese, in moltissime città, si vive male. In primo luogo, a causa dell’aria che si respira. Non è certo un segreto la posizione di tutto rispetto che l’Italia occupa tra i paesi più inquinati d’Europa, soprattutto al nord, dove si concentra la produzione industriale. Il fatto che si investa ben poco nelle energie rinnovabili, e che si permetta alle auto di circolare in pieno centro storico in nome del commercio non aiuta certo la situazione. Peraltro in alcune città (ad esempio Milano e Roma), muoversi in bicicletta è scomodo e rischioso, rendendo l’uso dell’auto una spiacevole necessità.

Se poi diamo uno sguardo alla vita sociale, il quadro non migliora, anzi. I nostri splendidi centri storici sono stati via via desertificati eliminando i luoghi di intrattenimento, decentrati in centri commerciali-multisala di periferia, e militarizzati da ordinanze sempre più restrittive nei confronti della vita notturna e degli orari dei pub. Si chiudono i locali nel nome della sicurezza, quando si sa benissimo che l’assenza di anima viva rende il cuore della città un luogo ideale per la proliferazione di episodi di microcriminalità, i quali vengono poi strumentalizzati per rendere la morsa del controllo ancora più forte. Piazze illuminate a giorno e viali bui, telecamere ovunque, nessuno in giro: questa è la desolante scena che si presenta agli occhi di chi passeggia per il centro (anche di una città nella quale, secondo le statistiche, si “vive bene” come Reggio Emilia). Il problema non è solo di natura macroeconomica, ma credo abbia una profonda radice sociale. Il nostro è un paese per vecchi, per questo i ragazzi se ne vanno.

Riccardo Motti

In alto a destra: illustrazione, copyright http://www.webalice.it/loris.pellegrini/; In basso a sinistra: illustrazione, copyright comunelavis.it. La canzone citata nel primo paragrafo è “Baghdad Emilia” dei Divisione Syphon

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