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La società virtuale

Una riflessione sull’indifferenza ai nostri giorni

Mezzanotte di ieri sera (2 Novembre), viale Zara, Milano. Un uomo di origini filippine viene brutalmente aggredito da tre connazionali, sembra per questioni di droga. Viene colpito ripetutamente, poi gettato a terra. Gli aggressori infieriscono ripetutamente su di lui: morirà in poche ore.  Ad assistere alla scena numerosi testimoni, sia italiani che filippini. Riprendono la scena col cellulare. Forse per dare una mano alle forze dell’ordine nell’identificazione dei criminali, forse sperando di vendere il materiale a qualche giornale o televisione, forse per la propria personale collezione. Sta di fatto che nessuno ha mosso un dito per dare una mano alla vittima. Intendiamoci, io non do per scontato che sia un obbligo morale fare l’eroe a tutti i costi. Stiamo parlando di tre uomini che ne stanno massacrando un altro, un intervento potrebbe avere delle conseguenze pericolose.  Viviamo vite isolate nei nostri nuclei di familiari e amici, spalla a spalla con persone che ci sono totalmente estranee, e ormai anche l’impulso ad aiutare un nostro simile in difficoltà sta venendo meno. Siamo tutti troppo impegnati per dare una mano, soprattutto a uno sconosciuto. Abbiamo un appuntamento importante, c’è il nostro programma preferito che sta per iniziare, o un severo orario di lavoro da rispettare. Tutto sommato, per me non è fonte di stupore leggere una notizia del genere.

Ma quello che mi spaventa maggiormente non è la normale indifferenza che vedo per le strade e sento sulla mia pelle, né la consapevolezza che potrei essere io ad essere aggredito, mentre chi mi sta intorno fa un bel filmato. E’ proprio questa schiavitù mentale, che ci rende parte di una sorta di realtà virtuale all’interno della quale possiamo tutti diventare protagonisti involontari di un reality show, a sembrarmi agghiacciante. Con questo non voglio togliere nulla alle notevoli possibilità di informazione e di tempestività che uno strumento come uno smartphone apre: chi assiste ad un evento di interesse pubblico ha la possibilità, sconosciuta fino a pochi anni fa, di diffonderlo sulla rete in tempo reale, a beneficio degli utenti. Ma è proprio questo nostro essere diventati “utenti” che mi fa paura. Questa tecnologia avanzatissima possiede senza ombra di dubbio dei privilegi innegabili, ma allo stesso tempo cela dentro di sé un potenziale di sfruttamento che troppo spesso viene ignorato. Lo sviluppo tecnologico è un bene, ma si parla troppo poco del modo in cui essa entra nelle nostre vite, modificandole.  Essere sempre online vuol dire essere costantemente monitorati, come se una telecamera invisibile ci seguisse in ogni nostro passo. Nel momento in cui il potere costituito volesse utilizzare fino in fondo questa enorme possibilità di controllo (al giorno d’oggi lo fa solo in parte, a mio parere), volgendola contro le nostre libertà personali, sarebbe in grado di farlo senza problemi e noi ci troveremmo ad essere schiavi senza sapere come questo sia stato possibile.

Viviamo sempre davanti ad uno schermo e questo rende la realtà che abbiamo davanti agli occhi quando usciamo dalla porta di casa qualcosa di troppo simile a uno show, come se anch’essa fosse finzione. Per questo, a mio parere, le persone fanno filmati invece di intervenire, magari salvando una vita. Non si tratta di coraggio o codardia, bontà o cattiveria, egoismo o altruismo. Lo dico anche per esperienza personale: quando riprendi qualcosa, esso cessa di diventare un fenomeno reale che si sta svolgendo davanti ai tuoi occhi, e si trasforma in una sorta di film di cui tu sei il regista. Puoi scegliere se mostrare il sangue o lo sguardo cattivo dell’aggressore, se zoomare su uno spettatore inorridito o sul colore del cielo e via dicendo. L’esito dello stesso evento diventa qualcosa di altro da te, sul quale senti di non avere alcuna possibilità di modifica. Sta accadendo, e tu sei uno spettatore passivo. L’unica azione che ti è concessa è l’atto creativo che consiste nel premere il tasto “record”. Siamo troppo abituati ad avere questo tipo di approccio fittizio alla realtà, il quale comporta una mancanza di emozioni rispetto a quello che accade sotto la nostra finestra. A mio avviso questa dinamica è una testimonianza di come la componente istintiva della nostra razza, quindi la sua essenza più intima, si stia modificando. Se un tempo, davanti ad una tragedia, l’azione che sorgeva spontanea era l’intervento, ora è la ripresa.

Sotto le insegne del miracolo tecnologico, siamo diventati nostro malgrado seguaci del culto che ha come mantra fondamentale l’asserzione: “esiste solo ciò che viene ripreso”. A queste condizioni, presto casi come quello di Milano non si presenteranno più come un’eccezione, ma come una triste routine.

Riccardo Motti

In alto a sinistra: “egoismo”,, copyright monte.wordpress.com; in basso a destra “evoluzione”, copyright freelosofia.org

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Esplorare l’intreccio tra il vizio e la virtù

E’ possibile, al giorno d’oggi, parlare di etica? Il filosofo Martin Seel, profesore dell’università Goethe di Francoforte, tenta di affrontare questo tema nel libro 111 Tugenden 111 Laster (“111 virtù, 111 vizi”, Fischer, pp.288, € 18,95), diviso appunto in 111 aforismi, seguiti da una sezione teorico-programmatica. Questa struttura asistematica rimanda ad una tradizione che vede nei Minima moralia di T.W.Adorno il suo più illustre precedente e sta in un rapporto di filiazione diretta con la rivoluzione operata da Friedrich Nietzsche. Egli mostrò l’inattualità della concezione che riduceva la morale ad una semplicistica opposizione tra bene e male. La trasvalutazione dei valori che ne conseguì rese necessaria una nuova forma di trattazione, che tenesse conto dell’angoscia derivante da tale frattura.

Nel libro di Seel la disposizione degli aforismi ha un ritmo nel quale “appare in rapida successione una serie di virtù e di vizi che costantemente si avvicinano e si allontanano”. L’autore dimostra come ciascuno stato, sentimento o carattere da lui trattato non si trovi in un rapporto di contrapposizione totale rispetto a ciò che viene considerato il suo contrario, ma rechi in sè la propria antitesi. Così l’individuo affabile, che “in società sa combinare abilmente  la compiacenza con il distacco”, mostra il suo lato oscuro quando viene meno il riparo dell’alterità, e scopre di essere anch’egli “uno di quei disperati che dipendono dalla droga della costante evasione da sè stessi”. Così il cinico, che attraverso l’uso della parola “mina le pompose affermazioni della teoria e della politica” perde la sua aura di rigore morale una volta notato che “questa avversione può essere efficace solamente se il cinico non si batte dalla parte del potere”. Basta un cambiamento della situazione materiale, oppure un’errata intensità del sentire, perchè una figura virtuosa sveli il lato nascosto della sua natura.

Il discorso di Seel si sviluppa nel senso di un ritorno al significato originale del la filosofia, alla meraviglia che “precipita l’uomo nel dubbio” e lo incoraggia a porsi domande rispetto al propio agire. Come si legge nell’introduzione : “Da questa meraviglia si determina il desiderio di chiarezza, la brama di esplorare quelle realtà intrecciate tra loro all’interno delle quali si dischiudono a noi le vie della comprensione”.

Qui emerge il richiamo di Seel ad Aristotele, non come maestro a cui ritornare, ma come ispiratore che possa guidare un tentativo di ricomporre la frattura nietzschiana, che corrisponde ad un nuovo momento costitutivo dell’etica, nel quale l’occhio scruta con stupore ed angoscia il vuoto vhre la scomparsa di Dio ha lasciato, precipitando l’uomo nel dubbio.

Riccardo Motti

Pubblicato a pagina 8 de “La Lettura (Inserto culturale del Corriere della Sera) di Domenica 28 Febbraio 2012, riproduzione riservata.

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