L’estetica della resistenza

Un viaggio nell’abisso con Alfredo Jaar

Occhiali con una montatura leggera, un comune taglio di capelli, vestito di nero dalla testa ai piedi. Così Alfredo Jaar si presenta al numeroso pubblico che, nella giornata di ieri (15 Giugno), si è recato alla Berlinische Galerie per assistere all’inaugurazione della sua mostra. Parla un inglese pacato e corretto, evitando qualsiasi tipo di atteggiamento pseudo-artistico, e con la sua silenziosa verve si impadronisce velocemente dell’attenzione del pubblico, che lo segue con rispetto tra i meandri delle sue installazioni. L’architetto cileno, prestato con successo all’arte, espone i propri lavori anche all’NGBK (Neue Gesellschaft für Bildende Kunst) e all’ Alte Nationalgalerie, importanti punti di riferimento della vita culturale berlinese: ma è qui alla Berlinische Galerie che tutto ha inizio, è qui che il viaggio comincia.

La prima installazione consiste in una serie di neon bianchi, che recano i nomi delle città tedesche nelle quali sono avvenute aggressioni mortali a sfondo razziale, posti da Jaar sui gradini del Pergamon Museum nel ’92. Oltre agli originali, ne sono stati aggiunti nuovi di colore rosso: purtroppo la violenza contro i cittadini di origine turca non si è ancora fermata. Ma questa è solo un’introduzione, un preludio seguito da una teca che contiene le copertine della rivista “Life”, che ha inventato il fotoreportage, dal ’36 al ’96: 60 anni di storia del giornalismo nel quale l’Africa è il convitato di pietra, invisibile nelle cover stories della più importante rivista americana del secolo. “Searching for Africa”: questo è il titolo dell’ installazione che ci presenta le due tematiche fondamentali delle opere di Jaar esposte oggi, le immagini di una tragedia e la sua rimozione dalla coscienza pubblica.

Debitamente introdotti, si giunge dunque al cuore della mostra, ovvero la guerra civile che ha insanguinato il Ruanda dall’Aprile al Luglio ’94, causando un numero di morti compreso tra 800 mila e 1 milione. In questo senso, il lavoro di Jaar è una esplicita denuncia del silenzio e dell’indifferenza della comunità internazionale e dell’ONU, che ha deliberatamente deciso di chiudere gli occhi davanti alle immagini del massacro che venivano diffuse. E proprio su queste immagini si concentra il lavoro dell’artista cileno. Raccontandoci il suo viaggio in quell’inferno terrestre, ci accompagna in una stanza dove campeggiano tre fotografie: una piantagione di tè, la strada alberata che porta ad una chiesa, una nuvola solitaria che campeggia nel cielo turchese. La morte non si vede ma si percepisce, traspare per negazione, dall’assenza di figure umane che dovrebbero fare parte dello scenario raccogliendo le foglie di tè o camminando verso la chiesa: ma davanti a noi c’è solo il silenzio. Jaar ci spiega che, inconsciamente, ha scattato queste fotografie per disintossicarsi dalla quantità di morte che vedeva intorno a sé, nel tentativo impossibile di trovare una catarsi di fronte all’ecatombe.

Poi ci spostiamo in una sala più spaziosa, dove campeggiano piccole costruzioni composte da quelli che sembrano essere mattoni neri, di volta in volta impilati, affiancati o semplicemente accostati. C’è un che di inquietante nella semplicità con la quale questi elementi sono disposti, qualcosa che ricorda certe architetture funebri. E, mentre la voce di Alfredo ci invita a leggere le iscrizioni che ricoprono ciascun mattone, ci accorgiamo che in realtà sono contenitori, scatole nere che non possono essere aperte, ciascuna delle quali contiene un’immagine. Un’immagine che non ci è dato di vedere, che la comunità internazionale ha preferito ignorare: un’immagine di morte. Jaar ci spiega che questa installazione, “Real pictures”, vuole essere un monumento in onore dei caduti del genocidio. Ogni scatola reca la descrizione dettagliata dell’immagine che contiene, sincera celebrazione del potere evocativo della parola. Il desiderio di vedere migliora la visibilità di ciò che è stato volutamente celato, di quelle morti dimenticate.

La resistenza da cui la mostra prende il titolo è dunque contro l’oblio, contro l’oppressione che, da parte del potere, viene operata nei confronti di tutto ciò che può risultare sgradito, suscitando una coscienza critica nell’osservatore. E’ quella di immagini dimenticate che rifiutano di essere liquidate, pretendono di restare ad imperitura memoria di un orrore che è stato, e che mai si dovrebbe ripetere.  La mostra parla da sé, ed è così riuscita da rendere quasi inutile la presenza dell’artista che tuttavia, col suo fare sornione da Caronte del XXI secolo, ci traghetta nel suo personalissimo inferno, e ce lo fa intendere senza mostrarci una sola goccia di sangue: una lezione che colgo al volo, evitando di fornirvi immagini che sarebbero fuori luogo. Se volete vedere il volto nascosto dell’orrore, dovete farlo con i vostri occhi.

Riccardo Motti

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