Altmann e la sua infanzia di merda

 “La vita di merda di mio padre, di mia madre, e la mia infanzia di merda”: questo il titolo, molto forte, dell’ultima fatica del reporter e scrittore tedesco Andreas Altmann, che ha incontrato sia i favori della critica che quelli del pubblico, diventando un caso letterario nel mercato culturale tedesco.
Romanzo autobiografico uscito nel 2011, esso ha come oggetto l’infanzia trascorsa dall’autore ad Altötting nell’immediato dopoguerra. L’atmosfera dovrebbe essere idilliaca, perchè Altmann vive con i suoi genitori in questo piccolo villaggio bavarese vicino al confine con l’Austria, che è anche un famoso luogo di pellegrinaggio: ma la sua esperienza non ha proprio niente di spirituale. Il padre è sopravvissuto alla guerra, ma è afflitto da gravi disturbi psichici che lo rendono alternativamente furioso o catatonico, in una costante altalena di esaltazione e depressione che non disdegna incursioni nel fanatismo religioso. Il suo sfogo preferito diventa presto costringere il piccolo Andreas a subire ogni tipo di sevizie, come frustare il figlio fino a farlo svenire. In questa ubriacatura di violenza, il padre sembra quasi assumere i tratti di un ridicolo Hitler, dittatore di un regno di tenebre domestiche. la sua forza fisica, intatta nonostante le ferite che la guerra ha lasciato nella sua mente, rendono il padre ancora più mostruoso davanti agli occhi dell’autore, che tuttavia cerca di raccontare questa discesa agli inferi senza dare un netto giudizio negativo, ma cercando di capire le ragioni che spingono il padre verso questi inauditi scoppi di violenza.
In questo scenario, la madre di Altmann appare assolutamente inadeguata per porre freno alla violenza del marito. Gli è completamente sottomessa, non osa contraddirlo nemmeno quando vede il proprio figlio svenire dopo essere stato violentemente picchiato per aver bagnato il letto. Scene che fanno tornare alla mente l’infanzia raccontata da Bukowski, costretto a subire le sevizie del padre sotto gli occhi indifferenti della madre (tedesca), che commentava con un laconico “tuo padre ha ragione”.  Il fulcro ed il valore letterario dell’opera di Altmann si trovano proprio in questo punto: a venire raccontata non è solo la sventurata infanzia di un singolo, ma è l’intero ambiente rurale tedesco a venire messo sotto accusa. Il falso bigottismo di una città di pellegrinaggio nella quale avvengono incesti e crimini sessuali messi a tacere, le bastonate e le preghiere si alternano con ritmo costante e l’apparente quiete nasconde un inferno. Per questo, il volume non ha mancato di suscitare critiche, soprattutto da chi si sentiva offeso per una così grave accusa mossa nei confronti di un villaggio considerato a tutti gli effetti un gioiello della Baviera.
 Tuttavia, questa esperienza traumatica, che spinge Altmann a pianificare addirittura l’omicidio del genitore, è anche fondamento di quella che sarà la sua vita futura. Riuscito a fuggire (ma solo nell’età della pubertà), egli decide di perseguire quello che è sempre stato il suo sogno: andare lontano, visitare luoghi che nella funerea quiete di Altötting poteva solo immaginare, e scriverne. Lo stato di vittima nel quale egli si è venuto a trovare diventa così un trampolino di lancio per la sua carriera di reporter, le botte diventano uno stimolo vitale per la sua penna. Tutto sommato, il libro ci insegna come un’infanzia “di merda” possa, se si ha il carattere necessario, trasformarsi in una vita felice: un messaggio la cui attualità non viene mai meno.
Riccardo Motti
In basso a destra: Andreas Altmann, copyright ringlokschuppen.de
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