12 Maggio 2012: gli indignati a Berlino

Una festa colorata e pacifica ma dallo scarso contenuto politico

La serata si conclude con scene già note a chi era presente il 1 Maggio scorso: lunghi cordoni di polizia in assetto antisommossa, oggetti scagliati da gruppi di manifestanti, cori scanditi con violenza, feriti, arresti. Ma niente paura, perchè tutto questo non ha nulla a che fare con il corteo degli indignati: si tratta dei tifosi del Borussia Dortmund, venuti in città per assistere alla finale di Ligapokal (la nostra Coppa Italia) contro gli acerrimi rivali del Bayern, che hanno ben pensato di scatenare un putiferio in Kurfürstendamm. Gli ultras non si smentiscono mai.

Per fortuna, la manifestazione degli indignati è stata di tutt’altro stampo. Verso le 2 del pomeriggio, in balia di un vento gelido che soffiava da nord-est, il corteo di Kreuzberg si è mosso dal Kottbusser Brücke, avviandosi lentamente in direzione Alexanderplatz all’insegna della non violenza e del pacifismo. In testa si sono posti gli attivisti contro l’energia nucleare e alcuni membri del movimento Occupy, seguiti da un carro allegorico che spargeva musica e coriandoli al suo passaggio. In mezzo, come ci si aspettava, si poteva trovare praticamente ogni organizzazione che si occupa di attivsmo politico: dai militanti di alcune organizzazioni leniniste-marxiste ai sostenitori dell’acqua come bene pubblico, dai simpatizzanti del movimento Blockupy Frankfurt agli oppositori del nuovo progetto per l’autostrada A100. Un paio di ragazzi con la maschera di Guy Fawkes, altri mascherati da morte o in tuta anticontaminazione: in fin dei conti, la sensazione di trovarsi in una specie di carnevale pseudo-politico è stata forte. Senza scandire slogan e senza disturbare la città, che continuava la sua vita normale pur sbirciando furtivamente questa goliardia ambulante, il corteo è dunque giunto ad Alexanderplatz, dove sono confluiti anche gli altri 4 cortei, provenienti da altrettanti quartieri della città. L’unico che si è fatto sentire è stato quello proveniente da Lichtenberg, alla testa del quale si trovavano i collettivi antifascisti schierati a testuggine, che hanno fatto risuonare i propri slogan nella piazza prima di mescolarsi alla folla e disperdersi. Da lì ci siamo poi spostati fino al Rathaus, dove c’è stata una piccola azione dimostrativa ed un breve comizio, che ha concluso la giornata. Contrariamente a quanto annunciato nei giorni scorsi, non c’è stato alcun tentativo concreto di occupare la piazza, nè l’organizzazione di workshop per affrontare i temi fondamentali di cui il movimento degli indignati si occupa.

Guardando al programma politico che la manifestazione si proponeva, ovvero l’ispirazione di quel “cambiamento globale” che dovrebbe presupporre la fine del capitalismo e l’instaurazione di un sistema più equo, non si può certo dire che la manifetazione di ieri abbia chiarito i leciti dubbi che ne hanno caratterizzato la vigilia. Se la novità di quest’anno sarebbe dovuta essere la formulazione di proposte concrete, questo proposito non è stato in alcun modo rispettato. Intervistando i partecipanti, emerge chiaramente come il movimento degli indignati non solo non abbia una chiara identità politica, la quale al massimo si riduce alla condivisione di alcune parole d’ordine come antifascismo ed ambientalismo, ma non voglia neanche affrontare pragmaticamente la questione del “come”. E non si tratta di un difetto trascurabile. Se si marcia contro il capitalismo, denunciando l’iniquità dell’ordine mondiale, portare delle proposte concerete è dovere di qualsiasi movimento che voglia essere preso sul serio. In questo senso, è emblematica la già citata assenza totale di slogan: esso presuppone che tutti quelli che lo scandiscono siano d’accordo su qualcosa, ma già questo sottointeso fondamentale viene a mancare. Solo i militanti di organizzazioni politiche o partiti hanno dato delle risposte motivate rispetto alle misure da affrontare per porre freno alla crisi in un modo equo, che preveda una redistribuzione della ricchezza e una maggiore giustizia sociale.

Acquisire la maggiore età, in senso politico, significa non solo voler cambiare il mondo in meglio ma anche, e soprattutto, saper spiegare i mezzi, i tempi ed il modo in cui questo cambiamento dovrebbe avvenire. In questo senso, quell’ “indignarsi non basta” che si è sentito ripetere nei mesi scorsi suona quasi come una condanna del movimento, che dopo un anno di vita non ha saputo armarsi di una identità politica che vada oltre ad un attivismo fine a se stesso, il quale non riesce ad unire in alcun modo le eterogenee componenti che lo attraversano. Siamo in un’epoca storica nella quale mostrarsi interessati alla situazione politica del pianeta è molto “cool”, ma non basta un carnevale per smuovere le coscienze, e non si cambia l’ordine del mondo con un pò di rabbia.

Riccardo Motti

In alto a sinistra: manifestanti a Kottbusser Damm. Al centro: un ragazzo con la maschera di Guy Fawkes. In basso a sinistra: azione dimostrativa di fronte al Rathaus. Riproduzione riservata.

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7 thoughts on “12 Maggio 2012: gli indignati a Berlino

  1. Rugge says:

    Molto bello questo articolo. Complimenti per il tuo report.

  2. avantitutta says:

    Un prezioso report dal Mister sul movimento occupyberlin ci dimostra per un ennesima volta i limiti e le difficolta di questo movimento per fare il salto di qualita necessario per porsi veramente come alternativa possibile alla societa capitalista..
    una sola cosa mi sembra degna di nota, per la prima volta, dopo decenni,vediamo un movimento a carattere internazionale, londra, new york berlino vienna bruxelles, madrid, barcellona scendono in piazza nello stesso giorno.
    questo fattore deve spingerci sempre di piu nella volonta di appoggiare questo tipo di manifestazioni , le quali sono, a mio avviso, un chiaro esempio della radicalizzazione che sta avvenendo in strati della societa che ritornano, dopo tanti anni, sulla scena politica.
    lo fanno in modo ancora festivo e incerto politicamente, ma l’importante e’ che si siano messi in marcia alla ricerca di un’ alternativa a questo modello di societa.
    e’ vero sono passati undici anni dal lontano 2001 e dalla esperianza dei social forum ed e’ vero anche che le cose non sembrano poi cosi tanto diverse dal passato,pero qualcosa di nuovo c’e’, lasciamolo alla necessaria esperienza che ogni movimento sociale deve accomplire per costruire le armi necessarie alla finalita storica di ogni movimento sociale: la trasformazione della societa presente in qualcosa di nuovo.
    la questione posta del nostro amato reorter sul “come”risulta comunque centrale.
    e credo che sara un prodotto del dibattito che nei prossimi anni avverra nei movimenti di protestazione sociale, ma soprattutto dalla presenza o meno du un soggetto politico che abbia l’ambizione storica di saper unire tutte le lotte di protestazione sociale alle lotte sindacali e a le lotte studentesche con un programma e un organizzazione che dia fiato e gambe a questa indubbia indegnazione generale che la crisi economica sta producendo.

    avanti tutta,

    grazie di nuovo amato reporter!

    • Riccardo Motti says:

      Dott.Tosi, grazie per il suo commento! Sicuramente è positivo che numerose persone si attivino ed organizzino un movimento internazionale volto a migliorare le condizioni economiche e sociali, su questo non c’è dubbio. Come ho avuto modo di dire nel mio post precedente https://riccardomotti.wordpress.com/2012/05/10/12-mai-berlin-sternmarsch/, sono tematiche condivisibili. Ad un osservatore esterno, tuttavia, non può sfuggire l’innocente ingenuità di chi chiede che il mondo debba essere un posto migliore, ma non ha un progetto concreto per farlo diventare tale. Detto questo, meglio che vadano in piazza piuttosto che stare a casa a guardare la tv…

  3. Der Einbrecher says:

    C’è da dire però che quando uno si presenta “sul palco” fa prima le prove. Non equivocate vi prego, ma a me disturba una manifestazione in cui non si sa di preciso per cosa si sta manifestando. Io lo capisco che gli adolescenti vedano nei libri di storia che le manifestazioni e le autogestioni sono stati fenomeni partecipati e vogliano ripetere quello che ammirano. L’emulazione può portare a cose buone? Può darsi, ma l’attivismo a tutti i costi, l’esserci prima di “pensarci” sono caratteristiche di altri movimenti, di altri tipi di occupazione di suolo pubblico e di marce più o meno su Roma. Ancora non equivochiamo, questi allegri indignados non sono assolutamente fascisti travestiti da fricchettoni teleguidati dal complotto giudaico-massonico. Sono ragazzi che sentono che c’è qualcosa che non va (complimenti, era ora), sono tutti i vecchi scampoli degli ex movimenti che non hanno voglia di arrendersi e sono – come ci sono sempre state – persone che sono attirate dall’idea di esserci e di partecipare a qualcosa.

    Il rischio semmai è che il tutto sembri abbastanza fine a se stesso. Io credo che ci siano molte più persone, di quante se ne vedano in piazza, che sanno che le cose non funzionano e non funzioneranno così. Persone però che difficilmente riconosceranno questo tipo di movimento come qualcosa di meritevole di adesione. Perché lo sappiamo tutti che questi ragazzi non fanno sul serio. Perché chiunque si ricordi di Bolzaneto (o di Hermannplatz) sa che il potere è paranoico e che non ha nessun pudore nel difendersi… quando si sente minacciato.

    Il problema principale di questo tipo di indignazione è che non rifiuta solamente i contenuti della politica “ufficiale” ma ne rifiuta anche il metodo. Come se l’organizzazione e la divisione dei compiti fossero un male in sé. Questo anarchismo da erasmus finisce per alimentare all’infinito i dibattiti in piazza che diventano lunghissimi per decidere anche solo la minima sciocchezza.
    Secondo me è centrale ricordare che non c’è molto tempo e che il rapporto di forze è mostruosamente sproporzionato. Non si può pensare di avere tutto il tempo del mondo per formarsi, attraverso un costruttivo e dialettico dispiegarsi di opinioni e di farfalle di libertà, quando un governo a caso può mandarti contro l’esercito (come si minaccia oggi sui giornali per i No Tav) o spezzare in due un corteo (il miglior modo per farci scappare il morto, il che la dice lunga su quanto siano disposti a tollerare certe cose gli space marines tedeschi)

    Nel frattempo si ricomincia a gambizzare, a provocare, a infiltrare. Il social forum fu stroncato nel sangue di ragazzi che credevano che la rivoluzione potesse essere anche una festa. Non è il caso di ripetere gli stessi errori.

  4. Riccardo Motti says:

    Grazie mille per il tuo commento, che presenta molti spunti di riflessione interessanti.

    In primo luogo, una piccola precisazione: intervistando i partecipanti al corteo (non solo ragazzi, ma anche moltissimi adulti), essi mi hanno dato l’impressione di avere un’idea rispetto al “cosa” (più rispetto per l’ambiente, abbandono dell’energia nucleare, una democrazia che sia effttivamente rappresentativa, il rifiuto delle politiche di destra sulla sicurezza e l’immigrazione), ma non del “come”. Nessun progetto concreto per difendere una di queste idee mi è stata descritto, a parte la costante reiterazione dell’attivismo fino a se stesso come arma “magica” che dovrebbe risvegliare le coscienze dei dormienti. Chiaro che in questo modo ci si neutralizza a priori. Dici una cosa a mio parere molto giusta quando affermi: “Come se l’organizzazione e la divisione dei compiti fossero un male in sé”. Mi sento di poter dire che questa sia una specie di legge non scritta del movimento. Nulla è organizzato, le anime eterogenee che compongono il corteo agiscono separatamente e non sembrano voler dialogare l’una con l’altra, fondamentalmente perchè non c’è un vero progetto comune da organizzare.

    A dirla tutta, mi sembra che ci si trovi di fronte ad una mobilitazione popolare spontanea nella quale i vari movimenti penetrano per portare acqua al proprio mulino, per raccogliere consensi tra quella parte della popolazione che è, almeno apparentemente, attiva. Ovviamente, con queste premesse, c’è il rischio che quel messaggio che si vuole mandare non arrivi a destinazione, e che la maggior parte della popolazione ignori le tematiche, pur condivisibli, che sono tuttavia difese in un modo quantomeno opinabile.

  5. Menno says:

    Grande sono daccordissimo. Lasciami la tua mail che ti invio la mia tesi, credo ti potrebbe interessare. la tesi di fondo è proprio la frammentazione del soggetto rivoluzionario ed il dissolversi dell identità politica in un eterogeneità sempre emergente e mai in grado trasormare la realtà.
    Menno

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