Hollande ha vinto

I primi dati forniti dalla stampa francese parlano chiaro. Come ci si aspettava, Hollande ha vinto le elezioni presidenziali francesi. Non c’è dunque stata la mobilitazione, ipotizzata da alcuni, degli elettori del Front National a favore di Sarkozy. D’altronde, come ho già avuto modo di spiegare, una simile prassi politica mi avrebbe enormemente stupito. Non solo per l’inimicizia storica tra la destra gollista e i nazionalisti del Front National, ma soprattuto per il ruolo che Sarkozy è venuto ad assumere all’interno dell’Unione Europea. Come avrebbero potuto gli elettori di Marine Le Pen, dichiaratamente euroscettica, dare il loro voto al presidente uscente, da sempre sostenitore della politica del rigore invocata dalla Germania?. Dato per scontato il nostro trovarci in un momento storico nel quale gli animi si lasciano influenzare fortemente, l’ipotesi una simile schizofrenia da parte degli elettori francesi era a mio parere improponibile.

Tornando ad Hollande, occore notare come sia la prima volta, da più di 30 anni, che un presidente transalpino ricandidatosi dopo il primo mandato non viene rieletto (l’ultimo era stato Giscard d’Estaing nell’81): ma quella di oggi è una giornata storica non solo per questo motivo. Il voto dei francesi ha infatti posto su uno dei seggi più influenti d’Europa un politico che ha raccolto la maggioranza dei consensi parlando di un approccio diverso alla crisi. Se Sarkozy, come detto, era l’alleato più forte che il governo tedesco avesse nell’Unione Europea, Hollande non sarà un suo sostituto in questo senso. Il motivo per il quale l’amministrazione Merkel ha compiuto delle ingerenze imbarazzanti rispetto al voto francese, ribadendo più volte il proprio aperto sostegno al candidato uscente, è infatti la manifesta ostilità del nuovo ospite dell’Eliseo nei confronti della politica di tagli e sacrifici imposta finora a tutti gli altri paesi dall’asse Parigi-Berlino. Hollande non ha mai fatto mistero di voler ampliare il tavolo, coinvolgendo anche altri paesi (su tutti Italia e Spagna) nell’ambito dei processi decisionali che saranno messi in atto nei prossimi mesi per cercare di arginare una crisi che, nelle ultime settimane, ha fatto nuovamente sentire la sua morsa sui mercati finanziari.

Il coinvolgimento di altri paesi europei nella ricerca di un piano comune, lo studio di una serie di norme che non si limitino a prevedere la privatizzazione, la precarietà e la demolizione del welfare state come pilastri irrinunciabili per il futuro dei paesi membri dell’Unione: queste sono le idee fondamentali con le quali Hollande è riuscito a far risorgere il suo partito dalle ceneri dello scandalo Strauss-Kahn. Il governo Merkel, dal canto suo, si è già rassegnato nei giorni scorsi al nuovo corso della politica francese, e si prepara ad avviare una collaborazione che, seppur sgradita, è ritenuta necessaria. Sta di fatto che il piano di austerity voluto dai tedeschi riceve oggi un’altra forte bocciatura, perdendo definitivamente quel carattere di irrinunciabilità con il quale era stato presentato. Se Hollande riuscirà a convincere i mercati della fattibilità del suo approccio alla crisi, la Germania sarà di conseguenza costretta a rivedere, almeno in parte, la posizione di forte egemonia che aveva finora assunto. Non più decisioni prese da due paesi e poi imposte agli altri, ma un dibattito a più voci che abbia come risultato una collaborazione internazionale più forte di quella vista finora. In fin dei conti, un approccio più europeo alla crisi. Fattibile? Lo sapremo presto.

Riccardo Motti

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